Bianca Brotto

Diffondiamo Bellezza

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Amo la vita, sempre, anche quando non la capisco, anche quando soffro, ancor di più quando esplodo di gioia; trovo sia un’avventura straordinaria che si rinnova ogni giorno, al sorgere del sole.


Suono di rado, ma con amore, il pianoforte e canto mentre guido. Non ho tempo per le frequentazioni sterili, ma non guardo l’orologio quando un amico ha bisogno di me; l’amicizia è un dono meraviglioso e mi ha salvato la vita.

Mi piace leggere, lasciarmi rapire dai notturni di Chopin e riempirmi con un bel film.


Adoro il fuoco, la fiamma viva, il calore che mi trasmette. Amo viaggiare e vivere le emozioni della natura, dell’arte e degli incontri inattesi. Quando posso fuggo all’isola d’Elba dove, nell’incedere lento e potente del mare, mi rigenero.



Non mi annoio mai, trovo che il semplice esistere nel presente sia entusiasmante.

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Prima o poi succede a tutti di trovarsi improvvisamente avvolti dall’amore, quello vero, quello che non è possesso, bisogno, aspettativa, ma solo autentico, puro, amore.

Lo si riconosce perché è un’esperienza totale che coinvolge corpo, mente e spirito con un’intimità struggente che lascia addosso la dolce nostalgia del ricordo di chi eravamo e di chi, dietro le coltri delle cose del mondo, ancora siamo.

Per Tilla quest’incontro è coinciso con uno scontro che, come per gli appuntamenti più importanti, l’ha colta di sorpresa in una limpida serata, mentre si trovava a pochi chilometri da casa, a bordo della propria Mini Cooper rossa.

Tilla sta guidando, la sua testa è affollata di pensieri. D’improvviso la donna si ritrova davanti le ruote enormi di un trattore. Frena, ma non basta. Gira a sinistra per tentare il sorpasso.

Due fari luminosi corrono verso di lei. Sterza a destra, ma lo scontro è inevitabile. Pam! Primo colpo. Crash! Frammenti di vetro la investono. Tilla si tiene stretta al volante con una forza che non sapeva di avere. Ancora Pum! Pam! Crash!

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Ci sono anime che non è necessario conoscere di persona, perché sono presenze leggere che aleggiano nelle profondità di ognuno di noi, anche al solo incontrarne il ricordo.

È quanto mi è successo quando un’amica mi ha raccontato di Emanuela, e di quella frase che tanto spesso pronunciava, frase rimasta indelebile in me: «Davvero tu non la vedi?»

Sono queste la parole che Emanuela proferiva ogni volta che coglieva la Bellezza che abita in ognuno. Emanuela non notava le meschinità, le paure che ergono scudi, le ferite che pugnalano.

Emanuela non vedeva gente arrogante e intrattabile.

Emanuela non coglieva il bisogno di mettersi in mostra, il giudizio pungente, le pietre verbali che lapidano chiunque transiti nel raggio d’ascolto.

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Mi sono spesso interrogata sul perché del dolore e sulle risposte della natura che, con fantasia e generosità, ci spiega tutto. In particolare mi ha sempre colpito la storia dell’aragosta e il suo mostrarci come la sofferenza sia necessaria per crescere.

Il crostaceo, infatti, ha un corpo morbido che si sviluppa all’interno di un guscio rigido il quale, con il passare del tempo, diventa stretto fino a far male.

È allora che l’aragosta va a nascondersi fra le rocce dove si libera dal guscio che la protegge (ma che non le serve più) e dove, nuda e vulnerabile, attende il formarsi della nuova corazza. Quando, in seguito, anche quel guscio diventerà piccolo, l’animale lo mollerà, ripetendo il processo.

Se, al primo disagio, l’aragosta potesse andare in farmacia ad acquistare un antidolorifico, lì per lì le sembrerebbe di aver trovato una soluzione, ma sarebbe un’illusione che, se reiterata, la porterebbe alla morte.

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La questione non è cosa facciamo, ma come lo facciamo.

Ricordo, in proposito, una colazione che gustai anni fa alla stazione centrale di Milano in un momento di massima concitazione mattutina. Tre file di persone e, dietro il bancone, la Bellezza nel Quotidiano dei due baristi che, immersi nella recita di quella che sembrava una gag comica, si facevano in quattro per servire e scherzare con tutti.

Fra una spremuta per la «bella rossa» e un caffè per il «baffo del west», prendeva vita la meraviglia di chi lavora con passione regalando ad ogni sguardo un’attenzione dedicata o una battuta come «Sarebbe il colmo se lei perdesse il rapido a causa di quest’espresso», o «Signora, che differenza c’è tra un caffè e un uomo? Direi nessuna visto che entrambi la rendono nervosa».

Se in questo momento fossimo tentati di giustificare con la mancanza di tempo il nostro essere persone seriose che lavorano a testa bassa, dovremmo andare in quel bar all’ora di punta e sperimentare come qualsiasi momento sia perfetto per lasciare che a cantare la vita, sia il nostro cuore.

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Aldo era un uomo pieno di vita, spiritoso, sempre in movimento, appassionato lavoratore, indomabile amante. Dico ‘era’ non perché sia morto, ma perché un giorno permise che sulla sua vita calasse il sipario della parola ‘ormai’. Quando successe, Aldo non era anziano, non lo è nemmeno oggi.


Stessa cosa la vidi in Sibilla, una professoressa in pensione, il giorno in cui si accorse di non essere più «quella di prima»; capitava, infatti, che le cedesse un ginocchio o che i figli le rimarcassero il suo ripetersi. Quando la donna si scontrava contro la realtà del fisico acciaccato o della memoria smarrita in qualche anfratto di gioventù, gli ‘ormai’ cadevano a pioggia, deprimendola.


E poi c’è Enrico, il mio giovane amico di 85 anni, un uomo sempre sorridente e allegro che, se ha qualche dolore, canta. Stare in sua compagnia davanti al caminetto che lui chiama il suo televisore, è pura meraviglia; si chiacchiera, ma si potrebbe anche non dire alcunché, giacché la sua presenza irradia un tal benessere da rendere superflue le parole.

Enrico si entusiasma per qualsiasi cosa e ogni giorno è pronto per una nuova avventura. Nel suo vocabolario la parola ‘ormai’ non è mai esistita, perché lui ha sempre goduto del presente e ringraziato, qualsiasi cosa succedesse. Un giorno in risposta alla mia domanda su cosa facesse quanto accadeva qualcosa di brutto, mi ha detto: «Festeggiavo!».

Eppure Enrico non è matto, lui semplicemente si fida di quel che la vita gli riserva e il risultato della sua totale accettazione è impresso sul suo volto, rischiarato dalla gioia. Ne parlo al presente perché, nonostante 4 anni fa abbia lasciato il corpo, la sua luce è ovunque.

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I BRONTOLO, PISOLO E BIANCANEVE CHE VIVONO IN NOI

È più forte di loro, non lo fanno apposta. Sono uomini e donne che si svegliano e sono già di cattivo umore.

Qualsiasi persona incontrino, incarna l’immediato bersaglio contro il quale scagliare il profondo malcontento che li abita.

Si comportano come i teen-ager ben rappresentati dall’adolescente ‘Menabotte’, un personaggio di “Asterix e i Normanni” che viene mandato nel villaggio degli irriducibili galli per diventare uomo.

Menabotte, come ogni adolescente, è dotato fin dal primo mattino di due armi: il “fa tutto schifo” che gli permette di manifestare il disagio del proprio corpo che muta, e il “quel che dici è sbagliato” necessario per contrastare l’adulto e crearsi una propria identità. Fin qui il processo rientra nella normalità.

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NON È MAI L'ULTIMA SERA. È L'UNICA SERA.

Dopo un anno vissuto all’insegna della privazione della libertà, finalmente Heinz ha agganciato la roulotte alla macchina e attraversato la Germania piena di nuvole e acquazzoni, per trascorrere le vacanze di Pentecoste sulle rive dell’amato Lago di Garda.

L’uomo si ricorda ancora di quella notte emozionante del 1978 quando, a bordo di un maggiolino nero, era  partito con la sua famiglia alle due di notte da Amburgo, per la prima vacanza in Italia.

Seduti sul sedile posteriore, lui e suo fratello Peter erano rimasti incollati ai finestrini del ‘Käfer’ per buona parte dei 1200 chilometri che li separavano dalla meta. Giunti al Brennero, la polizia aveva controllato i documenti e chiesto se avessero niente da dichiarare e lì, i due bambini, avevano tremato perché, all’insaputa dei genitori, avevano nascosto in un tubetto di dentifricio tutti i loro risparmi.

Fra la frontiera austriaca e quella italiana, Heinz e Peter avevano discusso sul da farsi, decidendo poi di non dire nulla del capitale trafugato (50 marchi, circa 25 euro), per timore di perderlo. E invece, pochi metri prima del confine italiano,

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Il capitano si chiama Franco e di mettersi la cintura in macchina, non se ne parla. Lui adduce motivazioni quali la scomodità della fascia che, a causa della statura bassa, gli si posiziona all’altezza del collo, ma è una scusa che non interessa a nessuno, tantomeno ai suoi familiari che non si stancano di rimproverarlo.

Il compromesso raggiunto è che Franco, adesso, si mette sì la cintura, ma solo la fascia bassa che gli cinge il ventre.

Nessuno è riuscito a spuntare un risultato migliore fino ad un mercoledì di maggio, quando un luminoso ‘Bang' ha squarciato in due la vita del capitano, regalandogli la possibilità di guardare il mondo con occhi diversi. O di continuare a dormire.


Il fatto.


Franco è sulla sua ‘ammiraglia’ (come suole chiamare l’amata Alfa Romeo) fermo al rosso di uno dei tanti semafori del viale.

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«Signora C., le ribadisco qui davanti all’amministratore, che i cespugli del suo balcone sono troppo alti, attirano i passeri e io ho sempre il balcone sporco» afferma con tono perentorio la signora del secondo piano.

«Vede Sig. Amministratore - risponde calma l’accusata - ho messo la fioriera perché uso quello spazio esterno come ripostiglio e il verde è una vista più piacevole del mio disordine».

«Imparerà a tenere ordine, se è per questo - ribatte inviperita la vicina - le sue maledette piante sono un ricettacolo di uccelli che proiettano i loro escrementi sul mio balcone».

È il turno della signora A. che, rivolgendosi al giornalista del primo piano, esclama: «Non se ne può più dei gatti di sua moglie!»

«Guardi che noi non abbiamo gatti» risponde lui con tono pacato che, fuori casa da mattina a sera, di felini non ne hai mai visti.

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25 MAGGIO 2021
NEL GIORNO DELL'ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GEORGE FLOYD
SAI COSA VUOL DIRE NASCERE CON LA PELLE NERA?

No, se non ci sei nato non lo sai, e non puoi nemmeno immaginartelo. Non è possibile comprendere cosa provi chi porta impresso un marchio impossibile da nascondere e che suscita negli altri un’immediata ansia data dalla rilevazione mentale di una diversità.

Le neuroscienze ci mostrano, infatti, che il diverso attiva nel nostro cervello una connessione neurale di possibile pericolo, ma sapere che in noi ci sono inconsce cause ‘strutturali’, non giustifica in alcun modo comportamenti violenti come quelli del drammatico caso che oggi ricordiamo. Uno per tanti. Uno per tutti.

IL FATTO

È il 25 maggio del 2020, sono da poco passate le 8 di sera a Minneapolis, in Minnesota, quando George Floyd, afroamericano di 46 anni, reo sospetto di aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota falsa da 20 dollari, viene deliberatamente soffocato da Derek Michael Chauvin, un ufficiale della polizia americana, che per 9 minuti preme con glaciale indifferenza il ginocchio contro il collo di Floyd, nonostante questi continui a implorare

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SE LE ASPETTATIVE NON SONO DESIDERI MA CATENE

Me lo ricordo benissimo, quel giorno, perché ero in ospedale a fianco di mia figlia nata da poche ore. In camera con me una primipara con il suo piccolo Matteo.

Era l’ora delle visite e i due bebè dormivano beatamente quando la stanza, con l’arrivo dei nonni paterni e del padre di Matteo, si riempì di chiacchiere e regali.

Quando il piccolo si svegliò, la madre lo prese in braccio dicendo: «Nonni, vi presento Matteo». La risposta dell’anziano patriarca in doppio petto blu, mi lasciò senza parole, ma non senza pensieri.

Disse: «Benarrivato Matteo, anzi, ingegner Matteo» aggiungendo che, in una famiglia di ingegneri, era il traguardo minimo che ci si potesse aspettare. La madre del piccolo abbassò lo sguardo velato di tristezza e, mentre marito e suocera tacevano rassegnati, il nonno, impettito, sorrideva soddisfatto a tutto campo.


Io osservavo la culla del più giovane ingegnere che avessi mai conosciuto e mi immaginavo cosa sarebbe successo se anche lui, come Lorenzo, avesse disatteso i diktat familiari.

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Sono seduta al PC che lavoro, quando sopraggiunge la notifica di un SMS; non posso guardarlo o rischio che mi si chiuda la schermata, vanificando quanto fatto finora.

Squilla il cellulare, butto un’occhiata per capire se posso evitare di rispondere e, nel farlo, scorgo l’icona delle mail che ne annuncia 5 non lette.

Attendo una risposta importante, apro la casella e trovo tre pubblicità e due bollette; mi disiscrivo dalle liste di chi mi invia promozioni non richieste e, mentre sto tornando alla schermata del PC, mio figlio mi chiede di pagare le tasse universitarie per potersi iscriversi all’esame.

Me ne occupo subito e “beep”, arriva un whatsup: i messaggi non letti sono dieci, li scorro velocemente, il cellulare suona, numero sconosciuto, potrebbe essere il corriere, rispondo e vengo travolta da un’ondata di parole sul trading online. La interrompo bruscamente.

Torno alla schermata del PC. Si è chiusa. Tutto da rifare.

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L’ho incontrata all’ombra di una quercia spogliata di tutte le foglie e pronta a rinascere, Anna. La sua voce sottile mi ha raccontato una storia. A volte fra sconosciuti le parole scivolano più facilmente e sorprendono per le intimità che svelano.

«Non l’ho mai fatto, sai, di starmene ai piedi di un albero senza fare niente - ha esordito Anna - Non faceva per me, non ne avevo il tempo. Avevo obiettivi da raggiungere, aerei da prendere, amici da frequentare e un lavoro impegnativo.

Ero super organizzata, tutto si incastrava e, solo adesso che osservo il film, mi accorgo di aver viaggiato a bordo di un treno dall’interno del quale vedevo il tempo correre, mentre io restavo ferma nello stesso punto, il punto di chi, nel tentativo di controllare la propria vita, non la vive.

Mentre la galoppata con i paraocchi procedeva, capitava che mia nonna mi dicesse: “Pensa di meno e affidati di più, dì semplicemente ‘Sia fatta la Tua Volontà’”, ma erano litanie d’altri tempi che, oltre a non comprendere, evocavano in me una quotidianità piatta con il rischio di un gran finale in croce.

E poi la vita era mia, come miei erano i sogni da realizzare e quel che contava era la mia determinazione fatta di responsabilità, attenzione verso il prossimo e sana spensieratezza».

Nella vita di Anna tutto funzionò a ritmo serrato fino all’alba di un giovedì; quel giorno la donna stava procedendo a bordo del vagone che conteneva tutti i suoi programmi, senza porsi troppe domande sulla destinazione finale del convoglio, quando l’ultima fermata la sorprese con una violenta inchiodata e lei si ritrovò sbalzata a terra, rotta fuori e dentro, piena di botte e senza più paraocchi addosso. Fine corsa.

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Ci accompagnano fin dalla nascita, ma possono condizionarci solo se non le conosciamo: sono le paure. Vivono nelle nostre profondità e, se vogliamo, possiamo osservarle. E accarezzarle.

Non è facile scoprirle perché sono abilissime nel nascondersi, ma focalizzando l’attenzione sui nostri comportamenti, alcune di loro, come la paura dell’abbandono, la paura del non valere e la paura del lasciarsi andare, si paleseranno ai nostri occhi.

Alfredo è un avvocato di grido, non l’ho mai visto senza giacca e camicia fresca di bucato (deve averne uno stock persino nell’armadio dell’ufficio).

Agli occhi del mondo è un vincente: sul lavoro difficilmente perde una causa, nella vita privata cambia donna ogni volta che finisce un tubetto di dentifricio, è un formidabile sportivo e, nelle conversazioni, eccelle grazie all’innata simpatia e ad una cultura onnicomprensiva dello scibile umano.

Un giorno, per caso (sempre che i casi esistano), Alfredo ha incontrato le parole di Pier Giorgio Caselli, un fisico, anzi un Maestro, che gli ha mostrato tre timori che accompagnano l’esistenza umana. Per il grande Alfredo accorgersi di averli tutti, è stato come ricevere un diretto alla testa da KO tecnico.

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«Tutto rosso?» urla nel cellulare una signora dall’umore temporalesco. Il battello spazzato dal vento fende le acque del Garda insieme alla trafila di insulti della donna, seduta sul ponte di prua.

Il tempo di porre fine alla litigata, che le invettive esondano già in un nuovo sfogo telefonico: «Come si fa ad essere così…? - impreca mentre l’orizzonte si tinge di tramonto - Uno che non sa fare una, dico una lavatrice, senza rovinare tutto, non è a cento.

E quell’altro? Degno figlio di suo padre! Fuori corso da quattro anni ma, poverino, è da capire. Due calci, altro che da capire! - tuona rabbiosa prima di concludere l’infuocato monologo - Minus habens anche l’impiegata!

Ci credi che ho ancora il water intasato perché quella non riesce a far venire l’idraulico? Una così l’hanno fatta su misura a Botticino!»

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L’errore è pensare che i problemi del mondo siano talmente gravi da non poter fare nulla, singolarmente, per risolverli; in realtà la salvezza dipende proprio da ognuno di noi e dal nostro desiderio di sincronizzarci sulle frequenze del bene.

Ci riescono i metronomi, a sincronizzarsi, ma anche le lucciole, i pesci, i cuori, gli uccelli, gli applausi…, quindi anche noi; è sufficiente allinearci sulla medesima frequenza e centrare un obiettivo comune a tutti, come quello di rigenerare il meraviglioso pianeta che ci ospita.

Insieme non possiamo fallire.

Il fenomeno della sincronizzazione è chiaramente visibile sia nelle realtà animate, sia in quelle inanimate come, ad esempio, nei metronomi che, posizionati in disaccordo su di uno stesso piano, si accordano e funzionano all’unisono.

Stessa cosa avviene in natura quando i maschi delle lucciole, nel rituale dell’accoppiamento, coordinano il loro ritmo di oscillazione lampeggiando tutti contemporaneamente.

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È una donna luminosa, Rita; ha figli sani, nipotini affettuosi, una professione di soddisfazione, una casa confortevole e amicizie autentiche. Eppure non è felice. Un tarlo profondo la consuma dentro: è un senso di colpa.

Mi chiedo: perché è così difficile liberarsi dal giudizio di avere fallito o di non essere stati abbastanza bravi? Potrebbe essere così arduo perché ciò da cui vorremmo affrancarci, non esiste?

Rita e Gianni erano ventenni quando si sono sposati e il loro matrimonio non ha funzionato. Nonostante ora siano divorziati e conducano una vita apparentemente senza problemi particolari, sia lei, sia lui, convivono con il tormento dell’errore che li avvolge con una massa informe di pensieri:

Non sono riuscita a dare un papà decente ai miei bambini”, “Non sono stato un padre all’altezza delle aspettative”, “Non ho capito che era troppo immaturo per avere figli”, “Non mi sono divertito quando ero ragazzo, cosa c’è di male se recupero il tempo perduto?”

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Veröffentlicht von am in VIVERE CON PASSIONE