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DIFFONDERE IL BENE

Veröffentlicht von am in DIFFONDERE IL BENE

Il capitano si chiama Franco e di mettersi la cintura in macchina, non se ne parla. Lui adduce motivazioni quali la scomodità della fascia che, a causa della statura bassa, gli si posiziona all’altezza del collo, ma è una scusa che non interessa a nessuno, tantomeno ai suoi familiari che non si stancano di rimproverarlo.

Il compromesso raggiunto è che Franco, adesso, si mette sì la cintura, ma solo la fascia bassa che gli cinge il ventre.

Nessuno è riuscito a spuntare un risultato migliore fino ad un mercoledì di maggio, quando un luminoso ‘Bang' ha squarciato in due la vita del capitano, regalandogli la possibilità di guardare il mondo con occhi diversi. O di continuare a dormire.


Il fatto.


Franco è sulla sua ‘ammiraglia’ (come suole chiamare l’amata Alfa Romeo) fermo al rosso di uno dei tanti semafori del viale.

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L’ho incontrata all’ombra di una quercia spogliata di tutte le foglie e pronta a rinascere, Anna. La sua voce sottile mi ha raccontato una storia. A volte fra sconosciuti le parole scivolano più facilmente e sorprendono per le intimità che svelano.

«Non l’ho mai fatto, sai, di starmene ai piedi di un albero senza fare niente - ha esordito Anna - Non faceva per me, non ne avevo il tempo. Avevo obiettivi da raggiungere, aerei da prendere, amici da frequentare e un lavoro impegnativo.

Ero super organizzata, tutto si incastrava e, solo adesso che osservo il film, mi accorgo di aver viaggiato a bordo di un treno dall’interno del quale vedevo il tempo correre, mentre io restavo ferma nello stesso punto, il punto di chi, nel tentativo di controllare la propria vita, non la vive.

Mentre la galoppata con i paraocchi procedeva, capitava che mia nonna mi dicesse: “Pensa di meno e affidati di più, dì semplicemente ‘Sia fatta la Tua Volontà’”, ma erano litanie d’altri tempi che, oltre a non comprendere, evocavano in me una quotidianità piatta con il rischio di un gran finale in croce.

E poi la vita era mia, come miei erano i sogni da realizzare e quel che contava era la mia determinazione fatta di responsabilità, attenzione verso il prossimo e sana spensieratezza».

Nella vita di Anna tutto funzionò a ritmo serrato fino all’alba di un giovedì; quel giorno la donna stava procedendo a bordo del vagone che conteneva tutti i suoi programmi, senza porsi troppe domande sulla destinazione finale del convoglio, quando l’ultima fermata la sorprese con una violenta inchiodata e lei si ritrovò sbalzata a terra, rotta fuori e dentro, piena di botte e senza più paraocchi addosso. Fine corsa.

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Ci accompagnano fin dalla nascita, ma possono condizionarci solo se non le conosciamo: sono le paure. Vivono nelle nostre profondità e, se vogliamo, possiamo osservarle. E accarezzarle.

Non è facile scoprirle perché sono abilissime nel nascondersi, ma focalizzando l’attenzione sui nostri comportamenti, alcune di loro, come la paura dell’abbandono, la paura del non valere e la paura del lasciarsi andare, si paleseranno ai nostri occhi.

Alfredo è un avvocato di grido, non l’ho mai visto senza giacca e camicia fresca di bucato (deve averne uno stock persino nell’armadio dell’ufficio).

Agli occhi del mondo è un vincente: sul lavoro difficilmente perde una causa, nella vita privata cambia donna ogni volta che finisce un tubetto di dentifricio, è un formidabile sportivo e, nelle conversazioni, eccelle grazie all’innata simpatia e ad una cultura onnicomprensiva dello scibile umano.

Un giorno, per caso (sempre che i casi esistano), Alfredo ha incontrato le parole di Pier Giorgio Caselli, un fisico, anzi un Maestro, che gli ha mostrato tre timori che accompagnano l’esistenza umana. Per il grande Alfredo accorgersi di averli tutti, è stato come ricevere un diretto alla testa da KO tecnico.

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«Tutto rosso?» urla nel cellulare una signora dall’umore temporalesco. Il battello spazzato dal vento fende le acque del Garda insieme alla trafila di insulti della donna, seduta sul ponte di prua.

Il tempo di porre fine alla litigata, che le invettive esondano già in un nuovo sfogo telefonico: «Come si fa ad essere così…? - impreca mentre l’orizzonte si tinge di tramonto - Uno che non sa fare una, dico una lavatrice, senza rovinare tutto, non è a cento.

E quell’altro? Degno figlio di suo padre! Fuori corso da quattro anni ma, poverino, è da capire. Due calci, altro che da capire! - tuona rabbiosa prima di concludere l’infuocato monologo - Minus habens anche l’impiegata!

Ci credi che ho ancora il water intasato perché quella non riesce a far venire l’idraulico? Una così l’hanno fatta su misura a Botticino!»

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L’errore è pensare che i problemi del mondo siano talmente gravi da non poter fare nulla, singolarmente, per risolverli; in realtà la salvezza dipende proprio da ognuno di noi e dal nostro desiderio di sincronizzarci sulle frequenze del bene.

Ci riescono i metronomi, a sincronizzarsi, ma anche le lucciole, i pesci, i cuori, gli uccelli, gli applausi…, quindi anche noi; è sufficiente allinearci sulla medesima frequenza e centrare un obiettivo comune a tutti, come quello di rigenerare il meraviglioso pianeta che ci ospita.

Insieme non possiamo fallire.

Il fenomeno della sincronizzazione è chiaramente visibile sia nelle realtà animate, sia in quelle inanimate come, ad esempio, nei metronomi che, posizionati in disaccordo su di uno stesso piano, si accordano e funzionano all’unisono.

Stessa cosa avviene in natura quando i maschi delle lucciole, nel rituale dell’accoppiamento, coordinano il loro ritmo di oscillazione lampeggiando tutti contemporaneamente.

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