Bianca Brotto

Diffondiamo Bellezza

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biancabrotto

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Amo la vita, sempre, anche quando non la capisco, anche quando soffro, ancor di più quando esplodo di gioia; trovo sia un’avventura straordinaria che si rinnova ogni giorno, al sorgere del sole.


Suono di rado, ma con amore, il pianoforte e canto mentre guido. Non ho tempo per le frequentazioni sterili, ma non guardo l’orologio quando un amico ha bisogno di me; l’amicizia è un dono meraviglioso e mi ha salvato la vita.

Mi piace leggere, lasciarmi rapire dai notturni di Chopin e riempirmi con un bel film.


Adoro il fuoco, la fiamma viva, il calore che mi trasmette. Amo viaggiare e vivere le emozioni della natura, dell’arte e degli incontri inattesi. Quando posso fuggo all’isola d’Elba dove, nell’incedere lento e potente del mare, mi rigenero.



Non mi annoio mai, trovo che il semplice esistere nel presente sia entusiasmante.

Posted by on in DIFFONDERE IL BENE

“Ci sono due parole che non dovremmo mai pronunciare nella nostra vita di coppia: la prima è la parola colpa” leggo nel prezioso libretto "Sfogliando le margherite nella coppia” della Dott.ssa Elsa Belotti.

Nella relazione a due infatti, spiega la psicologa e pedagoga che di coppie ne ha viste a migliaia, tutto succede con il contributo in ugual misura di entrambi. La maggioranza dei litigi se ne andrebbe se, afferma Elsa, di fronte a un accadimento i due si chiedessero: qual è il mio 50% in questa vicenda?

Perché sfogliare un libro di margherite? Perché i piccoli dettagli quotidiani sono come i fiori più semplici, quelli che non vediamo ma che, pagina dopo pagina, ci possono sostenere e condurre, con leggerezza, ad una profonda riflessione sia come singoli sia come coppia.

Da dove si parte?

Dal chiederci in ogni situazione: cosa ci sta succedendo e perché.

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Mi coglie di sorpresa il dialogo di Benedetto con il grande faggio preoccupato per l’edera che opprime il bosco. L’albero sussurra: «Alcuni fratelli sono soffocati al punto da non essere più riconoscibili».

Il ventiquattrenne riflette: «Non siete i soli - afferma - l’edera che si abbarbica sulle vostre cortecce cresce anche su noi umani; nel nostro caso è rappresentata dalle convenzioni familiari e sociali che stringono e co-stringono la nostra essenza individuale».

Il ragazzo decide di aiutare i verdi amici recidendo i vegetali parassiti che infestano i loro tronchi. La gratitudine del faggio si fa parola: «Il tempo che dedicherai a strappare l’edera dai miei compagni lo dedicherai a te stesso concedendoti il tempo di sentirti» perché liberare gli altri è il punto di partenza per vedere le proprie costrizioni, quelle che lentamente ci immobilizzano. 

Benedetto Magri, insieme a Sofia Mazzola, Patrizia Chirola, Sabrina Galli e Carlotta Bontempi, ha organizzato una mostra per far comprendere, con l’utilizzo della fotografia, della scultura, del colore, della parola e della musica, che esistono condizionamenti interiori che, come edere avvinghiate alla pelle, ci influenzano nelle azioni di ogni giorno.

D’altronde l’abbiamo provato tutti il fastidio di una benda troppo stretta e Benedetto, con determinazione e occhi limpidi sprofondati di cielo, si serve dell’arte per mettere in scena, insieme agli altri artisti, il sollievo di toglierci di dosso ciò che non ci appartiene.

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«Proviamo a vedere alcune ‘cose’ in chiave prosaica e poetica - racconta Stefano Piroddi che, ad un gruppo di ragazzini, aveva chiesto di cercare sul web la parola ‘stella’ - I ragazzi lessero: “Agglomerati di gas che…”.

Questa è la definizione scientifica, ma quando rivolsero il quesito a Confucio, costui disse: Le stelle? Fori nel cielo attraverso i quali filtra la luce dell’infinito».

Lo scrittore cagliaritano aveva in seguito posto loro la stessa domanda in riferimento alla parola ‘rugiada che sul web veniva descritta come “una precipitazione atmosferica in forma liquida che…” e che Jim Morrison, musicista poeta, «definì: Le lacrime di gioia di un fiore al risveglio del mattino». 

Notando che le definizioni poetiche avevano emozionato i ragazzi, Stefano aveva concluso:

«Ecco come si governa l’invisibile, andando a trovare e valorizzare il lato poetico dell’esistenza che, dal più piccolo ciuffo d'erba alla più grande e importante delle stelle dell’universo, ha in sé un lato materiale esprimibile in termini prosaici e un lato spirituale esprimibile solo in termini poetici.

La spiritualità non è la religione, ma la poesia con cui definisci te stesso in rapporto all'essenza poetica di ciò con cui ti relazioni».

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Posted by on in VIVERE CON PASSIONE

 

Brescia, inverno 2019. «Ci sono momenti nella vita nei quali ti senti proprio a terra. Mancavano due giorni al mio settantunesimo compleanno ed ero abbattuta, ma non certo per l’avanzare dell’età; fisicamente stavo bene, avevo interessi e affetti ma, nel profondo, ero angosciata»

ricorda Giuliana sulla quale in quei giorni pesavano, oltre alla morte dell’unico fratello e dell’amica Iris, i problemi dei figli. «Stavo cercando di silenziare il mio dolore quando suonò il postino. Non aspettavo niente. Scesi al volo le scale». 

Giuliana si ritrova fra le mani una bella busta senza mittente «delle dimensioni di un libro con scritto il mio nome, il cognome da nubile e da sposata, addirittura il titolo accademico. Mi incuriosii. Il cuore batteva forte. 

All’interno c’era un album, stile anni ’50, con il disegno sulla copertina di uno sciatore stilizzato. Lo aprii.

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Anche se non studiamo Psicosintesi, dovremmo farlo anche noi, ogni anno, l’esame di crescita personale per verificare a che punto siamo della nostra evoluzione.

Da piccoli ci hanno controllati per vedere se aumentavamo di peso e altezza, in seguito gli insegnanti hanno verificato la nostra preparazione per promuoverci o meno alla classe successiva ma, per ciò che non era fisico o mentale, siamo stati per lo più lasciati liberi di monitorarci in autonomia. 

Ce l’abbiamo fatta? Ho qualche dubbio.

Sarebbe stato più facile se, a scuola o a casa, ci avessero abituati a interpretare, con il nostro sentire, i fatti quotidiani e a tenere un diario di crescita interiore sul quale annotare le lezioni di vita apprese da esporre in classe o in famiglia a fine anno. 

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È successo sabato scorso, ma Bea non riesce a scollarselo di dosso, quel “momento”. E quel grazie profondo. La giornata era stata da centrifuga, senza una pausa né tempo per dormire a sufficienza.

La donna rincorreva da tempo la data di consegna di un lavoro con vette lodevoli di produttività e calpestio quotidiano di sé.

Qualche settimana prima la vita le aveva già urlato “Rallenta!” facendola cadere ma lei, a parte camminare più lentamente per il dolore al ginocchio, aveva continuato a correre lungo la ruota cricetica del dovere. Il “momento” fu il secondo avviso.

È sera. La provinciale corre dritta lungo il filare dei pini marittimi. Bea sta guidando verso casa dove, finalmente, riposerà.

Ha le palpebre pesanti, un paio di chilometri la separano dal suo letto e dal “momento” in cui tutto si spegne e lei si addormenta al volante.

Quando riapre gli occhi è sulla corsia opposta.

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Sulle prime non sapevo perché la storia di Carlo Acutis mi avesse così profondamente colpito, ma poi ho compreso: Carlo non solo si era posto fin da piccolo la domanda su quale fosse il senso della sua vita, ma aveva anche trovato una risposta.

Bambino vivace, simpatico, appassionato di animali, sport e computer, era sempre disponibile verso chi incontrava, conosciuto o sconosciuto che fosse. La fonte dell’amore che viveva e irradiava risiedeva nel suo alimento quotidiano: l’Eucarestia. 

Aveva sette anni quando, ricevendola, scoprì in quel sacramento una sorgente inesauribile di gioia e di conforto. «Com’è possibile - si chiedeva - che davanti a un concerto rock o a una partita di calcio ci siano file interminabili di persone mentre davanti al Tabernacolo, dove è presente realmente Dio, dove impariamo a relazionarci con gli altri e ad affrontare con leggerezza tutto ciò che la vita ci porta, non succeda la stessa cosa?» 

L’Ostia di cui Carlo si cibava andando a messa ogni giorno era la sua «autostrada per il cielo» perché, diceva il futuro santo, «una vita è veramente bella solo se si arriva ad amare Dio sopra ogni cosa.

Per fare questo abbiamo bisogno dell’aiuto stesso di Dio, cioè dei Suoi sacramenti che ci aiutano a diventare chi potenzialmente già siamo». 

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Tagged in: carlo acutis
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Posted by on in RAGGIUNGERE IL SOGNO

 

Non è un risveglio uguale agli altri, questo, per Sonia che oggi festeggia 65 primavere. La donna, oltre a incontrare per pranzo i suoi cari, si regalerà un caffé con Carla, ma non di primo mattino.

L’amica di sempre, infatti, a quell’ora accompagna il marito al mercato dell’antiquariato di Roncadelle. Mentre Sonia indugia in questi pensieri, Carla e Gianni stanno già girovagando fra le bancarelle del tempo che fu dove l’uomo trova sempre qualcosa di interessante. 

Quel giorno sono alcune fotografie ad attrarre la sua attenzione; le scova in una scatola di cartone, ritraggono persone nate nei primi decenni del secolo scorso. Gianni osserva quei volti estinti, i loro occhi sembrano fissarlo. Istintivamente ne sceglie alcuni. 

Trovo curioso desiderare immagini di persone sconosciute e intrigante scoprire che nessuno di quei volti si ritroverà per caso fra le mani di chi li ha acquistati. 

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Torino. Piazza Castello. Stiamo con amici parlando di visitare un palazzo quando, davanti alla facciata della Chiesa di San Lorenzo, Francesca, puntando il dito sull’imponente portone verde, accenna ad una cupola che vale la pena d’essere vista. È questa fantasia della vita che mi affascina, perché la cupola di San Lorenzo, alta 55 metri e assolutamente meritevole, in realtà non c’entra niente: lì dentro qualcosa di ben più prezioso ci stava aspettando.

Varchiamo il portale e ci ritroviamo sbalzati dall’allegria esuberante della piazza al profondo silenzio che, a lasciarlo entrare, ci conduce in un mondo altro. La prima cappella, con l’altare dedicato all’Addolorata, è l’antica chiesetta (XII sec) di Santa Maria “ad praesepem” che il Duca Emanuele Filiberto di Savoia dedicò a San Lorenzo come ringraziamento per aver vinto i francesi il 10 agosto 1557 a San Quintino (battaglia che restituì ai Savoia Torino e gli altri territori).

A quel tempo Casa Savoia era da oltre cent’anni proprietaria della Sindone e il Duca, per abbreviare il cammino a Carlo Borromeo che aveva fatto voto di andare a piedi in Francia per onorare il Santo Sudario se la peste fosse cessata (cessò nel luglio 1557), portò la Sindone a Torino dove la ostese per la prima volta nell’ottobre del 1578 sull'altare dedicato a San Lorenzo. L'arcivescovo arrivò a piedi da Milano e, fin qui, è storia.

 

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Si chiama Carlo ed è un uomo straordinario. Potrei elencarne i successi, ma non è questo il punto; ciò che fa di lui un in-dividuo fuori dall’ordinario è l’essere, per l’appunto, non-diviso, cioè totalmente coerente con se stesso perché connesso alla sua anima. 

Da bambini siamo tutti collegati alla Fonte, ma poi ci sganciamo e riconnetterci è, o dovrebbe essere, il nostro scopo esistenziale. Grazie al “Campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh, Carlo non si è mai disconnesso… sì perché tutto è iniziato da lì, da una rivista sfogliata per caso a sei anni e dall’immensità che gli si è riversata addosso nel percepire la forza dirompente di quell’immagine. 

Carlo l’ha ritagliato, quel nero alato correre su fili d’oro, un boato di gioia che lo deliziava e sconvolgeva al tempo stesso.

Fu il primo segno di un destino annunciato perché, con gli occhi in grado di vedere oltre la forma, Carlo ci era nato e osservando un quadro riusciva e riesce a cogliere l’emozione che l’ha originato intuendo altresì l’autenticità o la falsità dell’opera. Perché l’anima, la verità, la percepisce. Sempre.

Di cognome fa Pepi, è direttore della sezione reparto falsi e contraffazioni di Artwatch International di New York e, nel campo dell’arte, è un autodidatta che da sempre sgomina stuoli di critici grazie all’innato talento e alla passione che l’hanno portato a collezionare oltre 20mila opere appartenenti a 3500 artisti sia sconosciuti, ma meritevoli, sia conosciuti come Fattori, Lega, Viani, Viviani, De Chirico, Braque, Mirò, Wharrol, Vedova, Schifani, Fontana, Borrani, Picasso, Modigliani, Dalì.

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«Non ti dico il motivo, ma il 24 aprile devi assolutamente tornare a casa, aveva detto mia madre con tono misterioso» esclama raggiante Lia, studentessa in giurisprudenza e Dj Techno. 

L’antefatto. Sei mesi prima madre e figlia avevano trascorso qualche giorno a Pisa, in un agriturismo, dove erano state coccolate e affascinate dal giovane gestore con il quale avevano discorso di attualità e spiritualità.

«Un tipo sveglio, Nino, profondo e pure bello, anche lui appassionato di Techno» aveva commentato Lia.

Finita la vacanza, fatta eccezione per qualche like sui social, ognuno era tornato alla propria vita e il ricordo dell’incontro si era smaterializzato nei labirinti mentali.

24 aprile. Lia torna a casa e s’imbatte in Nino, ma non è finita qui: il ragazzo ha personalizzato per lei un “Chiodo”di pelle nera con la scritta ”If the music is too loud you're too old” (se la musica è troppo rumorosa tu sei troppo vecchio),

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Di Giancarlo sono gli occhi che mi restano dentro. Vivaci, limpidi, gioiosi.

Lo incontro in una magnifica conca della Valvestino che sembra sbucare dai boschi come si sbuca da una fiaba. La cascina di pietra dove il giovane abita è circondata da boschi e prati cosparsi di fiori. La scritta “benvenuti” campeggia sul cancello. La pace è totale. 

Con Giancarlo c’è Silvio, un bel vecchio, sguardo fiero, parole misurate all’essenziale, dignitosa serenità.

La storia.

Nel 2010 Silvio aveva 78 anni e abitava in questo sogno, che dista dal lago di Garda un’ora di auto e due ore di cammino, in compagnia di cavalli, capre, galline, conigli, cani e gatti.

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Ascolteremo quel sussurro lieve che ci parla di continuo anche quando non lo ascoltiamo, anche quando il baccano della mente imperversa.
E lo scriveremo.
 
Immersi nella Maremma selvaggia fra antichi casali in pietra abitati dallo sguardo curioso di un daino bianco, all’ombra delle querce secolari, sulle sponde del laghetto immobile, sdraiati nel frutteto,
 
daremo voce ad uno o più episodi della nostra vita lasciandoli affiorare senza filtri, senza freni, soprattutto senza paura.
Staremo bene, semplicemente insieme.
 
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È da guardare per via della carezza che ti resta dentro il film “Oltre la luce” sulla vita di René Mey (è su YouTube in spagnolo sottotitolato in italiano), un uomo straordinario nella sua capacità ordinaria di dispensare amore e guarigione.

«A sei anni mi misi a cercare un modo per imparare ad amare gli altri e scoprii che l’unica possibilità era accettarli così come sono - racconta in un’intervista - Nel realizzarlo compresi altresì che l’amore si poteva espandere». 

René, classe 1959, francese di origine, messicano di adozione (candidato nel 2023 al Nobel per la pace), dedica la sua vita alla trasmissione di un messaggio di pace e speranza all'umanità e lo fa tracciando un nuovo cammino di amore, consapevolezza e aiuto che passa attraverso le terapie di medicina emozionale offerte gratuitamente dai suoi 30.000 volontari nei centri umanitari (più di 400 nel mondo) e nelle cliniche.

“La missione dell’organizzazione è quella di fornire strumenti e mezzi affinché ogni persona impari ad amare gli altri con azioni volte a favorire lo sviluppo globale della persona, la pace interiore, il benessere, la salute fisica ed emotiva” si legge sul sito ufficiale renemey.org.

Le tecniche d’aiuto ideate da René si basano sull’utilizzo della “Nuova Intelligenza Emotiva” meglio conosciuta come intelligenza del cuore, ovvero la forza energetica dell’amore basata sull’intenzione intima e sincera di amare tutti gli esseri umani.

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Ammirando gli alberi ricoperti da una rinnovata capigliatura teneramente verde e le piante calve con solo qualche fogliolina qua e là, rifletto sui diversi tempi di risveglio della natura e di ognuno di noi.

Ed ecco due persone, alberi umani, che in questo periodo stanno affrontando un problema di salute per il quale la medicina non ha ancora trovato una soluzione: 

Ada ha affidato la sua malattia ai professionisti del corpo chiedendo loro cosa fare, Dario è andato dal medico per dare un nome a quella che lui chiama benettia, poi si è tuffato dentro di sé alla ricerca del messaggio che il corpo gli sta recapitando.

«I nodi arrivano sempre al pettine - racconta Dario - Per anni ho ignorato i disagi e andavo avanti trovando soluzioni di comodo, ma incastrandomi di fatto nel mal di vivere ogni giorno di più.

Il fisico non ha mai smesso di parlarmi, prima con disturbi lievi, poi alzando la voce, ma io lo zittivo con i farmaci che eliminavano i malesseri, ma non certo il mio mal-essere di fondo. Fino alla mazzata odierna che non posso evitare di affrontare».

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Ho conosciuto un uomo che è nato due volte e la faccenda mi ha incuriosita. Prima nascita di Giovanni Vota: anno 1958.

A seguire laurea in ingegneria elettronica e informatica, professore al Politecnico di Torino a 27 anni, creatore in università di laboratori informatici per insegnare la sua innovativa modalità di sviluppo software, ideatore delle prime “office automation” basate su Personal Ms Dos in ambito accademico scientifico e dei primi GPS.  

Il giovanissimo genio informatico lascia la cattedra universitaria a 30 anni perché trova la vita accademica infarcita di giochi che non ama giocare. Fra le varie opzioni sceglie di ricoprire il ruolo di sistemista in IBM. 

Attorno ai 40 anni Vota è alle dipendenze di Sun Microsytems, una società californiana che produce computer e software. Mauro Banchero, suo capo in Italia, gli chiede di riorganizzare l’azienda italiana per farla diventare la numero uno del settore avendo però a disposizione, rispetto ai concorrenti, da un decimo a un centesimo di denaro e di risorse umane. 

«Ho capito subito che un approccio classico al business non avrebbe funzionato - racconta Vota - La mia fortuna è stata che quando ero in California, intrufolandomi all’università di Stanford per seguire le lezioni, avevo studiato sia Jung sia l’intelligenza emozionale di Goleman.

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Cacciato dalla sua casa di Asti perché non voleva né studiare né lavorare, Renato, sotto l’effetto di un allucinogeno, si ritrova a Palermo. Non ha alcun ricordo né del viaggio né degli ultimi 3 giorni.

È il 1975. Sono 2 anni che vive allo sbando. Non ce la fa più. Decide di seguire l’esempio dell’amico che si è iniettato sotto i suoi occhi un’overdose di morte.

 Seduto sulla panchina di un parco cittadino, nota una donna che da un terrazzo sembra salutarlo. Poco dopo un ragazzo lo raggiunge dicendo che la madre lo aspetta a pranzo.

Conciato come solo la strada sa fare, è la prima volta che qualcuno lo invita a casa. Renato accetta.

Accolto con affetto, gli vengono offerti doccia e vestiti puliti. «Che piacere l’acqua sulla pelle - ricorda - Dopo pranzo la donna mi chiede di raccontarle di me. Sono stupito, mio padre non mi ascoltava mai Le dico di Asti e del resto, evitando particolari sconvenienti.

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Cacciato dalla sua casa di Asti perché non voleva né studiare né lavorare, Renato, sotto l’effetto di un allucinogeno, si ritrova a Palermo. Non ha alcun ricordo né del viaggio né degli ultimi 3 giorni.

È il 1975. Sono 2 anni che vive allo sbando. Non ce la fa più. Decide di seguire l’esempio dell’amico che si è iniettato sotto i suoi occhi un’overdose di morte.

 Seduto sulla panchina di un parco cittadino, nota una donna che da un terrazzo sembra salutarlo. Poco dopo un ragazzo lo raggiunge dicendo che la madre lo aspetta a pranzo.

Conciato come solo la strada sa fare, è la prima volta che qualcuno lo invita a casa. Renato accetta.

Accolto con affetto, gli vengono offerti doccia e vestiti puliti. «Che piacere l’acqua sulla pelle - ricorda - Dopo pranzo la donna mi chiede di raccontarle di me. Sono stupito, mio padre non mi ascoltava mai Le dico di Asti e del resto, evitando particolari sconvenienti.

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«Il bosco è democratico, accetta tutti - dice l’artista di Land Art Fabio Racheli - È sensibile con i sensibili e freddo con i cuori freddi. Ti restituisce ciò che hai dentro e fa da specchio alla tua anima».

Queste parole mi toccano nel profondo mentre, alle pendici del Maniva, ci inoltriamo nel bosco in compagnia di alcuni ragazzi speciali della cooperativa sociale l’Aquilone di Gardone Val Trompia.

In mano abbiamo un rastrello e una pala per completare l’imponente opera che resterà nella conca che l’ha vista nascere.

«Suggerisco loro di guardarsi intorno e di lasciarsi andare - mi racconta l’artista - Trascorriamo ore in assoluto silenzio, la risposta è immediata, la concentrazione massima, il vuoto colmo non lascia spazio alle parole.

Il bosco riconosce gli umili di cuore, i fragili e, come una madre premurosa, li accoglie con carezze e parole gentili. Il mondo degli umani discrimina, la natura abbraccia le anime speciali e fa festa con loro». 

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