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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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Recent blog posts

«Perché non posso andare in cantiere?» chiede Rosa. «Perché sei donna. Discorso chiuso» risponde il capo.

Nonostante l’esperienza e l’amore per il profumo del cemento, l’essere femmina in un comparto tipicamente maschile è un confine che relega la geometra fra le mura dello studio tecnico. 

Si licenzia ma, dopo una parentesi nell’immobiliare, il richiamo all’edilizia la riporta in campo e, finalmente, anche in cantiere.

L’intonaco degli anni si accumula finché arriva il giorno del grande trave. Quello della svolta. Il capo, che è sempre stato collaborativo, da qualche giorno le rema contro.

Rosa chiede spiegazioni e queste arrivano, inaspettate: «Se tu fossi più carina con me - afferma suadente lui - se ci fosse una cena con un dopocena, tutto cambierebbe».

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Questa non è solo una storia vera narrata con compostezza e nobiltà d’animo da una madre. Questo è anche il viaggio di rinascita di una figlia, Maria Beatrice, alla quale una voce interiore impone di non mangiare.

«Io credo, mamma, che dopotutto tredici anni siano sufficienti per aver vissuto. Così mi disse una sera, al tavolo della cucina, calma, pacata, lucida. Mi si gelò il cuore. Lo aveva detto con rassegnazione» scrive Arianna Gnutti nel libro «Se bastasse l’amore (Piemme).

Poche ore dopo, ambulanza, Pronto Soccorso Pediatrico e ancora rifiuto di ricovero nonostante Maria Beatrice, affetta da anoressia nervosa, sia scheletrica e con il cuore che fatica a battere.

L’ultimatum al destino arriva per mano di Arianna la sera del 25 gennaio 2021: «La fotografai e inviai l’immagine alla sua psicoterapeuta scrivendo: Mia figlia sta morendo. Dobbiamo ricoverarla!»

Grazie all’intervento della professionista, le porte del reparto finalmente si aprirono.

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«Non va affatto bene». La voce di Lorena è bassa, come la direzione del suo sguardo, mentre sciorina una sequela di difficoltà: il lavoro, la famiglia, la casa, la salute.

Mentre lei affoga nel proprio monologo, mi chiedo se questo eterno lamentarsi, o l'ascoltare l'ininterrotto coro di sproloqui altrui, serva davvero a qualcosa.

Etimologicamente, «lamento» deriva dal latino lamĕntum (piangere, gemere) e condivide la radice con clamĕntum (chiamare).

Il piagnucolio reiterato è, in fondo, il richiamo di chi si è affezionato al ruolo di vittima: non cerca soluzioni, ma pretende l’attenzione di qualcuno disposto a farsi «cassonetto» per accogliere i propri scarti emotivi.

È un lamento sterile che non giova: alimenta un dialogo interiore distruttivo in chi lo produce e inonda di tossine chi lo riceve. Per questo va fermato.

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Ci sono sofferenze che ti scuoiano con una forza bruciante e tu, carne viva, puoi solo decidere se farti distruggere da quell’energia o se trascenderla per aprirti all’immensità di Chi sei tu e di Chi sono gli altri.

Gianpietro Ghidini scelse la seconda via quando, la notte del 24 novembre 2013, suo figlio morì gettandosi nel fiume sotto l’effetto di una droga allucinogena; Emanuele, detto Ema, aveva solo sedici anni.

Gianpietro, all’indomani, si mise al servizio della Vita e, costituita la Fondazione Ema PesciolinoRosso, partì per incontrare lungo lo Stivale giovani e adulti totalizzando, in 12 anni, 2450 incontri. 

Mi sono chiesta in che modo lo strazio l’avesse plasmato. «Quando ho smesso di combattere il dolore e l’ho accolto come compagno di viaggio

- afferma Gianpietro - ho capito che ogni volta che al dolore uniamo l’odio dando spazio alla rabbia, quel dolore diventa il nostro distruttore.

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«Non ti amo, ma quando mi sveglio ho subito voglia del tuo profumo. Non ti amo, ma quando non ci sei mi manca tutto di te: le tue carezze, il tuo sguardo, il nostro ridere insieme. Non ti amo, ma vorrei che tu fossi qui, adesso, per abbracciarti e starmene avvolto attorno al tuo corpo.

Non ti amo, ma quando sei parte della mia vita mi sento profondamente bene, le persone che incontro diventano più gentili e quando l’antico dolore trasuda dalla mia corazza, mi basta parlarti per sentirlo sciogliersi in un sorriso. Non ti amo, ma la tua presenza ha sconfitto la mia solitudine.

Non ti amo, ma nei ricordi più belli ci sei sempre tu. Non ti amo, ma ogni volta che mi sfiori mi perdo in una dimensione di intima pace e l'energia che si sprigiona fra di noi è estasi pura. Non penso dipenda da te, ma succede solo con te.

Io non posso amare, è una promessa che mi porto dentro. Chi ama soffre e io non voglio soffrire.

Al centro del mio universo ci sono solo io. E la mia corazza.

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Giappone. Seconda Guerra Mondiale. Aveva dieci anni la piccola Megumi Takahashi quando suo padre partì per il fronte.

«La guerra si faceva un po’ alla volta sempre più violenta e brutale. Nel frattempo gli aerei americani avevano cominciato a sorvolare i cieli del Giappone (…) La guerra finì nell’agosto del 1945. Il Giappone era stato sconfitto. Anche se la guerra era ormai finita, il papà non era ritornato a casa. Era morto in guerra» racconta Megumi in «Ingerenza amorevole» (Stòrigami Editore).

«Megumi-chan, che era ancora piccola, non aveva capito bene cosa fosse veramente la guerra», ma sperava che il silenzio delle armi avrebbe portato il pane a lei e le sue due sorelline. Non successe. Nonostante il lavoro estenuante della madre e i debiti contratti per sfamarle, la fame restava un’ombra costante.


Un giorno un uomo fece irruzione in casa e, spingendo la donna a terra, urlò: «Se non mi restituisci i soldi, ti porto via tutto quello che hai». Le bimbe scoppiarono a piangere mentre l’uomo strappava dal dito della mamma l’anello ricordo di papà e loro «fissavano impotenti il volto pieno di lacrime della mamma. La cassettiera, i futon, le pentole e le ciotole, tutto era sparito». Svuotate le stanze, l’individuo se ne andò.


Rimaste sole tra le mura spoglie, la madre, sfinita dalla disperazione, mormorò alle figlie:

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Era il 31 ottobre 2020. Quel giorno l’articolo intitolato «La lezione dell’anitra» ha dato il via sul Giornale di Brescia alla rubrica settimanale «La Bellezza Nel Quotidiano». Grazie all’iniziativa della direttrice del GdB, Nunzia Vallini, da quella serie è nata una ricca raccolta degli articoli scritti nel corso di cinque anni da Bianca Brotto, autrice gardesana, ora pubblicati in un volume presentato in sala Libretti lunedì scorso.

L’incontro è stato uno scambio di riflessioni profonde, ironiche incursioni nel quotidiano e soprattutto parole a sostegno delle emozioni del pubblico presente che si è immedesimato, senza alcuna fatica, nella bellezza che, sempre e comunque, impregna l’esistenza.

Quella dell’autrice Bianca Brotto è una scrittura fresca e leggera, che tratta anche temi profondi e intensi in maniera eccelsa. 

Si riesce a pensare a quale sia il senso della vita mentre si leggono le pagine di questa antologia, passando dal sorriso al turbamento. La scrittrice, fra le notizie di attualità, ha creato nel tempo uno spazio di riflessione, capace di mostrare come la bellezza continui ad abitare l’esistenza anche quando è meno visibile.

«Nonostante faccia più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, per citare Lao Tzu, a dispetto di quel che accade nel mondo la bellezza è disseminata ovunque, ma non fa rumore - ama ricordare la Brotto-.

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Nel cielo si sollevano nubi, emozioni tumultuose. Il vento si annuncia con un sibilo crescente di paure frustanti. Le onde si fanno urla di mare impazzito: quel che da sempre temevamo si sta avvicinando.

L’aria tutt’intorno si carica di una forza invisibile, pronta a scatenarsi. La nostra vita sta per essere travolta da un vortice di potenza ancestrale che, come un soffio divino che scuote le fondamenta del mondo, ci danza attorno con furia portando con sé il caos e la rinascita.

E mentre siamo lì, paralizzati innanzi a ciò che si consuma davanti ai nostri occhi, c’è un istante eterno, un vuoto sospeso nel nulla nel quale, mentre le nubi si avvinghiano in un abbraccio furioso torcendo e straziando il cielo, sperimentiamo l’occhio del ciclone dove tutto tace.

Se potessimo fermarci in quel centro come nelle profondità del nostro cuore, la nostra sofferenza troverebbe pace.

Immaginiamoci al centro di un tornado avvolti da un silenzio assordante mentre tutto attorno si agita e si spezza. Nonostante le raffiche flagellanti e le nuvole nere che si addensano, noi restiamo immobili.

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«Più ci penso - racconta Alina - più non mi capisco. Con mio marito siamo cresciuti insieme nelle campagne della Moldavia. A vent’anni ci siamo sposati. Eravamo impacciati; era la prima relazione per entrambi.

Io da principio volevo cambiarlo: lui era disordinato e scoppiava per niente, ma poi si scusava e mi coccolava facendomi sentire una regina. Abbiamo cresciuto quattro figli dando loro amore e sani valori.

In Italia ci siamo trasferiti quando i bimbi erano piccoli. Mio marito si è messo in proprio e io ho fatto la mamma. Adesso che i ragazzi sono adulti mi godo i miei tre volte vent’anni da felice moglie e nonna che la domenica riunisce a tavola la grande famiglia.

Non ho cambiato mio marito; lui è sempre impulsivo e disordinato, ma anche premuroso e sorprendete dopo quarant’anni di matrimonio.

Lo so: coppie e famiglie come la nostra sono rare ma… c’è un «ma». Il mio «ma» si chiama Dimitri.

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Loro sono lì, nel ventre rigonfio di nuova vita. Sono due e chiacchierano.

Un feto chiede all'altro: «Tu credi nella vita dopo il parto?»

Risposta: «Deve pur esserci qualcosa dopo la nascita; probabilmente siamo qui a prepararci per quello che ci sarà dopo».

«Stupidaggini - ribatte il primo - Non c'è vita dopo la nascita. Che tipo di vita sarebbe?»

Il secondo: «Non so, ma ci sarà più luce di dove siamo ora. Forse cammineremo con le nostre gambe e mangeremo con la bocca. Probabilmente avremo altre sensazioni che adesso non possiamo capire».

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Sono pesi nascosti, presenze silenti le morti interiori che gravano sul nostro cuore. Spesso preferiamo ignorarle coprendole di pensieri arruffati, schermi da fissare o emozioni qualsiasi.

Pur di riuscire a stare a galla tra i flutti del destino, vanno bene tutte, le fughe, anche quelle grevi che scaturiscono dalla rabbia e quelle leggere degli appagamenti momentanei.

Ma lentamente, in questo continuo anestetizzarci, i drammi che il nostro inconscio custodisce continuano a percuoterci come onde che si insinuano violente tra le pieghe di un sorriso.

Questi pezzi rotti di noi che la nostra mente pesca nel silenzio di una notte insonne provengono da persona perdute, aspettative tradite, relazioni ustionanti, sogni infranti, lutti indelebili e mentre la bellezza del cielo e della terra ci cinge nel suo abbraccio d’amore sconfinato, noi procediamo sempre più affaticati dalla valigia pesante che continuiamo a trascinarci dietro perché separarcene sembra impossibile.

E allora avanti, giorno dopo giorno, sperando nella cura del tempo che non sempre, tuttavia, è efficace. Alcune lacerazioni esigono più di una semplice attesa: richiedono ascolto, osservazione, delicata accoglienza e, talvolta, il coraggio di lasciarle andare.

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È una ragazza olandese di ventisette anni, Etty, è laureata in legge e ha la stessa inquietudine che abbiamo io e te quando tutto va apparentemente bene, ma dentro non ci sentiamo mai sazi.

«Voglio qualcosa e non so che cosa - scrive Etty - Sento una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. Sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato.

A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà e un desiderio appassionato, quasi elementare, di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».

Etty è come noi, un garbuglio inquieto di sentimenti, fino all’incontro con Julius Spier, un allievo di Jung che le dischiude il tesoro della spiritualità e della fede. Il gomitolo si dipana.

Etty ha ventotto anni. È il 1942. I nazisti occupano l’Olanda. Lei, ebrea, è in pericolo. Gli amici le offrono nascondigli e vie di fuga, ma Etty reagisce in modo assurdo facendosi assistente volontaria a Westerbork, il campo di transito dal quale partono i treni per Auschwitz. 

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Il giorno concordato è arrivato. Passi lenti escono dai portoni, il silenzio è rotto solo dal lieve scricchiolio del gelo che ricopre le vie di Presegno (Lavenone), un pugno di case strette in un abbraccio senza tempo a quasi mille metri di altitudine, dove tradizione e rispetto per madre natura si fondono custoditi da un microcosmo di quattordici anime le cui esistenze si intrecciano fra balconcini di legno e case di pietra.

La piccola frazione, che si raggiunge fiancheggiando lungo una strada tortuosamente incantata il torrente Abbioccolo adorno di ponti romani e di una scultura a goccia sospesa sulla cascata, stamane si è svegliata avvolta da un manto di brina che ha dipinto il paesaggio con spruzzi cristallini di preziose trasparenze.

Gli abitanti si stropicciano gli occhi e subito alimentano la stufa per far gorgogliare il primo caffè di quel mattino che li vedrà addobbare il loro angolo di mondo in vista delle festività natalizie.

Non useranno plastica né altri elementi sintetici, ma materiali raccolti settimane prima nei prati e nei boschi. Tutto è pronto: abeti trovati già abbattuti, rami di pino, bastoncini di legno, cortecce, radici, bacche rosse di rosa canina e agrifoglio, edera, pigne.

Nove di mattino. Il bar trattoria della piazzetta si riempie, fra saluti e cappuccini bollenti, di un allegro chiacchiericcio.

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Posted by on in RAGGIUNGERE IL SOGNO

Poesia di Trilussa - Voce Carlo Polloni

ER PRESEPIO

Ve ringrazio de core, brava gente, pé ‘sti presepi che me preparate, ma che li fate a fa? Si poi v’odiate, si de st’amore non capite gnente… Pé st’amore sò nato e ce sò morto, da secoli lo spargo dalla croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto, senza ascolto. La gente fa er presepe e nun me sente; cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indifferente e nun capisce che senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore.

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Posted by on in PAROLE BELLE

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mini racconti intrisi di bellezza

È ARRIVATO
IL LIBRO AGGIORNATO
DEGLI ARTICOLI PUBBLICATI
SUL GIORNALE DI BRESCIA
DAL 2020 al 2025

 

Innaffio il mondo con spruzzi di gioia
che raccontano la quotidianità della vita osservata attraverso le lenti dell’incanto che ognuno di noi può indossare volontariamente in attesa del giorno in cui non ci saranno più occhiali da mettere e da togliere, ma solo verità e bellezza. 
Ovunque. 
Per tutti.

È successo il 31 ottobre 2020; quel giorno “La lezione dell’anitra” ha dato il via a una serie di articoli settimanali sul Giornale di Brescia racchiusi nella cornice della rubrica La Bellezza Nel Quotidiano per provare, con le parole, a sostenere i cuori appesantiti dalla sofferenza di un periodo difficile.

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Da bambino Leo Amici veniva chiamato perché in sua presenza i trattori guasti ripartivano. Divenuto adulto era lui a viaggiare nel mondo per curare corpo, mente e cuore di chi incontrava e, a chi voleva ripagarlo dei favori ottenuti, rispondeva: «Tu sai a chi darlo. Quando sei guarito, sei felice e ami il tuo prossimo, tu mi hai ripagato». 


Il sogno di Leo era costruire un piccolo paese abitato da pace, amore e fratellanza che devolvesse tutti gli utili in opere di solidarietà, sogno che realizzò al Lago di Monte Colombo in quel di Rimini (vedi articolo «C’è un piccolo paese dove l’amore non lo spieghi, lo vivi») grazie all’aiuto di centinaia di volontari che, mattone dopo mattone, fabbricarono il borgo. E se stessi.


Fra loro c’era un ragazzo: Carlo Tedeschi. Era il 1978 quando Carlo, abbracciando Leo, sentì nel petto uno scoppio di fuoco che generò in lui tre parole: «Allora Dio esiste».


Aveva 27 anni, Carlo, e da quel momento la sua vita di autore, regista, pittore e scrittore fiorì interamente dedicata a portare a compimento il progetto di Leo Amici che, oltre al borgo, prevedeva la creazione di grandi spettacoli per riverberare fra la gente afflati di paradiso.

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Posted by on in RIDERE

Giorno uno.

Lia ha il cellulare incastrato fra l’orecchio e la spalla mentre, discutendo con la commercialista, sistema la carta di credito nel portafoglio avanzando al contempo con il carrello della spesa verso l’auto. Un vucumprà le si avvicina sostituendosi a lei nella spinta.

Lia non gli presta attenzione, apre il portellone della monovolume e, mentre impreca al telefono per le esagerate tasse da pagare, si ritrova la spesa caricata nel baule; terminata la chiamata sbatte la portiera e si dirige furente verso la pensilina dei carrelli.

«Tu dare me?» dice l’uomo che la sta seguendo.

«È solo un gettone» sbraita lei mostrandogli il disco di metallo estratto dal carrello.

«Tu dare qualcosa per mangiare?»

«Non ho niente, uso solo la carta» strilla.

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Posted by on in NUOVI ORIZZONTI

Fin da ragazzo Alessio trovava nel silenzio della vecchia libreria di casa un mondo tutto suo. Ogni giorno, tra scaffali straripanti di volumi polverosi e copertine ingiallite, si perdeva tra storie di eroi e viaggi lontani mentre il tempo si dissolveva nel piacere di avventure sempre nuove.

Per lui la passione per la lettura non era solo un’abitudine, ma un vero e proprio tuffo nel “non tempo”: un istante in cui l’orologio si fermava e il mondo esterno scompariva. Una sera, leggendo una poesia, l’orizzonte si riempì di immagini vivide e Alessio percepì il battito del cuore sincronizzarsi con le parole scritte.

Gli anni passarono. Alessio continuò a divorare libri. Non solo, purtroppo. L’anno scorso si intrufolò per rubare in un appartamento romano a pochi passi dalla Basilica di San Pietro. Giunto in camera da letto venne attratto dalla copertina di un libro di Giovanni Nucci: «Gli dei alle sei. L'Iliade all'ora dell’aperitivo». 

Folgorato dal volume Alessio, sedutosi sul letto, iniziò a leggere. «Solo un po’» si sarà detto ma, lo sappiamo, il po’ di quando si è infiammati dalla passione può durare un bel po’, di certo abbastanza per essere sorpreso dal padrone di casa e arrestato dalle forze dell’ordine mentre tentava di darsela a gambe.

Spiritosa la recensione del libro che lo stesso Alessio pubblicò tre giorni dopo il furto su di un sito che commercializza il volume. Titolo: «Libro fantastico ma c'è un ma… Libro clamoroso, rapisce l'attenzione per la sua scorrevolezza e la sua ricchezza di storie dei tempi greci che furono. Peccato che mi abbiano poi arrestato in flagranza di reato mentre svaligiavo un appartamento, ma il libro merita davvero».

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Ha la marcia della rabbia sempre innescata Amir, e non può farci nulla perché, quando si sveglia al mattino con il corpo in folle, non si rende conto che l’ira è già lì pronta a mettere la prima. Alla prima occasione.

Se ne fosse consapevole potrebbe imparare a dominare il proprio temperamento permettendo alla sua potenzialità di prevalere nel bene come nel male, scrive Norbert Glas nel quasi introvabile libro «I quattro Temperamenti».

Il rischio per chi non riesce a mantenere salde le redini del proprio essere melanconico, flemmatico, sanguinico o collerico, continua Glas, è di subire passivamente il proprio temperamento senza sfruttarne le potenzialità.

Amir è un collerico e il rancore che gli scorre nelle vene si placa solo quando sta male; è allora che diventa mite e che, spogliatosi dell’armatura collerica, manifesta la meraviglia che è.

Ricordo un giorno in cui la paura gli fece temere la morte imminente: in quel momento le sue parole furono di una bellezza e profondità commoventi. In lui c’erano comprensione e dolcezza, richieste di perdono e il rammarico di non essere riuscito ad elevare l’anima come avrebbe potuto se si fosse giocato la partita diversamente.

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Non so voi ma io, i regali, non li sopporto più. Intendiamoci, apprezzo l’intento di chi, per gratitudine o per celebrare una data speciale, si presenta con un pacchetto colorato, ma la domanda è: dov’è finita la spontaneità? Quella di quando, in un giorno qualsiasi, vedi qualcosa, pensi a qualcuno, prendi e consegni?

A proposito degli omaggi natalizi mi viene in mente Nick Biussy che paragona la spontaneità dei regali alle risate del pubblico quando compare il cartello «ridere». Ammettiamolo, spesso è così.

Per averne la conferma o la smentita, poniamoci qualche domanda prima di acquistare qualcosa: lo sto facendo perché ho una lista di persone che mi tocca accontentare perché se lo aspettano o non starebbe bene arrivare a mani vuote, o perché il mio cuore pregno d’amore cerca un modo per esprimersi indipendentemente dalle ricorrenze?

Personalmente adoro i cadeau che spuntano come funghi senza motivo apparente in un banale martedì e che si consumano e condividono magari con chi ce li offre:

una pietanza, una candela, un abbraccio, una chiacchierata, una serata a teatro, una passeggiata, una gita o un libro che ci fa viaggiare, emozionare, porci domande, trovare risposte;

i libri, fra l’altro, possono anche essere di seconda mano perché ciò che li rende unici non è il loro involucro ma il contenuto, proprio come ciò che rende esclusivi i nostri pacchetti non è il valore del pensiero incartato, ma l’intento del nostro cuore che quel presente ha generato.

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