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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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NUOVI ORIZZONTI

«Ho il telefono intasato di messaggi preconfezionati che invocano salute, amore e serenità per il nuovo anno. Che fare? Se non reagisco passo per scortese, se rispondo mi sento un idiota» afferma perentorio Roberto mentre alimenta il camino con un ciocco di legna.

«Cosa ti irrita?» chiedo.

Roberto si siede esclamando: «Basta con la falsità! Se qualcuno ti sta a cuore, chiamalo o vai a trovarlo! E se non puoi fare né l’una né l’altra cosa, prega o dedicagli un pensiero affettuoso, sarà più vero di un “beep” sul telefonino che annuncia un originalissimo “Buon anno”. E poi c’è dell’altro: gli auguri sono fragili perché, in realtà, non puoi sapere cosa succederà».

«Male non fanno, evocano comunque positività» affermo.

«Sì, ma a cosa servono? L’intero pianeta va a rotoli».

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Non è vero che va tutto male, non è vero che sarà ancora peggio, ma è vero quello che sentiamo dentro. È insicurezza? Paura? Se è così rendiamoci conto che non sono emozioni nostre, ma il riflesso di ciò che respiriamo ovunque volgiamo occhi e orecchie.

Ognuno di noi è nato per la gioia e per l’amore, e se queste parole stridono con la nostra condizione attuale, non è perché non siano vere, ma perché è successo qualcosa che ci ha scollegato da noi stessi, facendoci smarrire l’obiettivo del nostro abitare in questo corpo;

è come se fossimo partiti per raggiungere un luogo e, sulla strada, deviazioni e guasti al motore ci avessero portati così lontano da farci dimenticare la nostra  destinazione.

Cosa fare?

Il percorso è personale, ma un fattore che ci accomuna c’è ed è Chi Siamo dietro le quinte della nostra missione. “Nei certificati di nascita - scrive Cechov - è scritto dove e quando un uomo viene al mondo, ma non vi è specificato il motivo e lo scopo”, forse perché quello dobbiamo trovarlo da soli.

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Non è vero che va tutto male, non è vero che sarà ancora peggio, ma è vero quello che sentiamo dentro. È insicurezza? Paura? Se è così rendiamoci conto che non sono emozioni nostre, ma il riflesso di ciò che respiriamo ovunque volgiamo occhi e orecchie.

Ognuno di noi è nato per la gioia e per l’amore, e se queste parole stridono con la nostra condizione attuale, non è perché non siano vere, ma perché è successo qualcosa che ci ha scollegato da noi stessi, facendoci smarrire l’obiettivo del nostro abitare in questo corpo;

è come se fossimo partiti per raggiungere un luogo e, sulla strada, deviazioni e guasti al motore ci avessero portati così lontano da farci dimenticare la nostra  destinazione.

Cosa fare?

Il percorso è personale, ma un fattore che ci accomuna c’è ed è Chi Siamo dietro le quinte della nostra missione. “Nei certificati di nascita - scrive Cechov - è scritto dove e quando un uomo viene al mondo, ma non vi è specificato il motivo e lo scopo”, forse perché quello dobbiamo trovarlo da soli.

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Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

«Penso sia l’agitazione a tormentarlo. Marco si alza il mattino che è già pronto a scattare. È come se la vita non gli desse mai tregua, e lui non trovasse pace nemmeno nel sonno, e nei sogni - dice Chiara - Io sono sempre sul chi va là, perché qualsiasi cosa dica, viene interpretata come un pretesto per inveirmi contro».

«Da quanto tempo siete sposati?» chiedo.

«Venticinque anni».

«Quante gastriti hai collezionato?»

«Tante! Sono stata malissimo finché mi sono illusa di poter cambiare lui, ed è stato persino peggio quando ho cercato di cambiare me». Il mio sguardo è interrogativo. Chiara riprende: «Il punto è che non abbiamo alcun diritto di interferire nella crescita altrui - mi fissa dritto negli occhi - Quanta presunzione c’era in me nel volere che Marco fosse diverso? Chi sono io per sapere cosa sia in assoluto meglio per lui?»

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Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

L’uomo suonava il pianoforte per ore ogni giorno. Apriva uno spartito e leggeva le note a prima vista come si legge un libro. Lui e il suo Bösendorfer erano inseparabili. Persino quando giovanissimo era partito per l’Eritrea, allora colonia italiana, il suo fedele strumento l’aveva accompagnato.

Quando acquistava una casa, il primo ad entrare era il pianoforte sul quale le dita dell’uomo sarebbero corse veloci mentre lui, immerso in virtuosi improvvisi come in lenti adagi, si sarebbe inebriato di un dolcissimo nettare.

Un mattino, mentre si deliziava con un notturno di Chopin, all’improvviso si bloccò. Scosse le dita energicamente e ricominciò. Nuovamente si interruppe. Fece una smorfia di insofferenza e sbatté ancora le mani come si scuote un cencio. L’uomo non capiva perché le sue dita si comportassero da scolarette disubbidienti ma, come poi venne a sapere, quelle erano le prime avvisaglie del Parkinson.

Piangendo sangue, decise di non suonare più.

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