Appeso davanti ad un ponte sospeso tra il buio della morte e la luce della rinascita c’è un cartello con alcune domande. Non sono obbligata né a leggere il cartello né ad attraversare il ponte, ma so che, se lo farò, potrebbe accadere qualcosa di inaspettato perché è Pasqua, dall’ebraico Pesach, passaggio.
Sono pronta? Un profondo «sì» mi affiora dentro. Leggo.
Le domande non sono gentili, anzi, mi mettono in croce e mi costringono a guardarmi dentro. D’altronde le ho evitate troppo a lungo non perché facessero rumore, ma perché sapevo che avrebbero smosso tutto.
La prima è quasi innocente: in quale parte della tua vita stai recitando un ruolo?
Non serve pensarci troppo. Il corpo lo sa: è in quel sorriso che arriva troppo veloce, in quel «sto bene» detto senza respiro. È lì che inizio a perdermi: nel punto esatto in cui scelgo una maschera invece della verità e, così facendo, non solo creo distanza dagli altri, ma mi allontano da me stessa.
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