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Il blog felice
Der Blog vom Glück
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Messaggi recenti del blog

Fin da ragazzo Alessio trovava nel silenzio della vecchia libreria di casa un mondo tutto suo. Ogni giorno, tra scaffali straripanti di volumi polverosi e copertine ingiallite, si perdeva tra storie di eroi e viaggi lontani mentre il tempo si dissolveva nel piacere di avventure sempre nuove.

Per lui la passione per la lettura non era solo un’abitudine, ma un vero e proprio tuffo nel “non tempo”: un istante in cui l’orologio si fermava e il mondo esterno scompariva. Una sera, leggendo una poesia, l’orizzonte si riempì di immagini vivide e Alessio percepì il battito del cuore sincronizzarsi con le parole scritte.

Gli anni passarono. Alessio continuò a divorare libri. Non solo, purtroppo. L’anno scorso si intrufolò per rubare in un appartamento romano a pochi passi dalla Basilica di San Pietro. Giunto in camera da letto venne attratto dalla copertina di un libro di Giovanni Nucci: «Gli dei alle sei. L'Iliade all'ora dell’aperitivo». 

Folgorato dal volume Alessio, sedutosi sul letto, iniziò a leggere. «Solo un po’» si sarà detto ma, lo sappiamo, il po’ di quando si è infiammati dalla passione può durare un bel po’, di certo abbastanza per essere sorpreso dal padrone di casa e arrestato dalle forze dell’ordine mentre tentava di darsela a gambe.

Spiritosa la recensione del libro che lo stesso Alessio pubblicò tre giorni dopo il furto su di un sito che commercializza il volume. Titolo: «Libro fantastico ma c'è un ma… Libro clamoroso, rapisce l'attenzione per la sua scorrevolezza e la sua ricchezza di storie dei tempi greci che furono. Peccato che mi abbiano poi arrestato in flagranza di reato mentre svaligiavo un appartamento, ma il libro merita davvero».

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Ha la marcia della rabbia sempre innescata Amir, e non può farci nulla perché, quando si sveglia al mattino con il corpo in folle, non si rende conto che l’ira è già lì pronta a mettere la prima. Alla prima occasione.

Se ne fosse consapevole potrebbe imparare a dominare il proprio temperamento permettendo alla sua potenzialità di prevalere nel bene come nel male, scrive Norbert Glas nel quasi introvabile libro «I quattro Temperamenti».

Il rischio per chi non riesce a mantenere salde le redini del proprio essere melanconico, flemmatico, sanguinico o collerico, continua Glas, è di subire passivamente il proprio temperamento senza sfruttarne le potenzialità.

Amir è un collerico e il rancore che gli scorre nelle vene si placa solo quando sta male; è allora che diventa mite e che, spogliatosi dell’armatura collerica, manifesta la meraviglia che è.

Ricordo un giorno in cui la paura gli fece temere la morte imminente: in quel momento le sue parole furono di una bellezza e profondità commoventi. In lui c’erano comprensione e dolcezza, richieste di perdono e il rammarico di non essere riuscito ad elevare l’anima come avrebbe potuto se si fosse giocato la partita diversamente.

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Non so voi ma io, i regali, non li sopporto più. Intendiamoci, apprezzo l’intento di chi, per gratitudine o per celebrare una data speciale, si presenta con un pacchetto colorato, ma la domanda è: dov’è finita la spontaneità? Quella di quando, in un giorno qualsiasi, vedi qualcosa, pensi a qualcuno, prendi e consegni?

A proposito degli omaggi natalizi mi viene in mente Nick Biussy che paragona la spontaneità dei regali alle risate del pubblico quando compare il cartello «ridere». Ammettiamolo, spesso è così.

Per averne la conferma o la smentita, poniamoci qualche domanda prima di acquistare qualcosa: lo sto facendo perché ho una lista di persone che mi tocca accontentare perché se lo aspettano o non starebbe bene arrivare a mani vuote, o perché il mio cuore pregno d’amore cerca un modo per esprimersi indipendentemente dalle ricorrenze?

Personalmente adoro i cadeau che spuntano come funghi senza motivo apparente in un banale martedì e che si consumano e condividono magari con chi ce li offre:

una pietanza, una candela, un abbraccio, una chiacchierata, una serata a teatro, una passeggiata, una gita o un libro che ci fa viaggiare, emozionare, porci domande, trovare risposte;

i libri, fra l’altro, possono anche essere di seconda mano perché ciò che li rende unici non è il loro involucro ma il contenuto, proprio come ciò che rende esclusivi i nostri pacchetti non è il valore del pensiero incartato, ma l’intento del nostro cuore che quel presente ha generato.

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Esiste un angolo d’Italia dove si sfiora un’immensità che le parole non possono contenere, un luogo, Monte Colombo, che agli inizi degli anni ’80 era solo una landa desolata in quel di Rimini e che oggi vede risplendere un lago a forma di cuore con ristorante e veliero, un teatro, una cappella, una casa di produzione musicale, un’accademia di danza convenzionata con la Royal Academy di Londra, un museo, un edificio per bambini in difficoltà e uno per anziani, un albergo, un agriturismo e alcuni residence dove, chi non può permettersi di pagare l’alloggio, può soggiornare a offerta libera.

Tutto questo è arrivato con donazioni e volontariato al fondatore, Leo Amici, un uomo che aveva un sogno: costruire un piccolo paese dedicato all’arte e alla bellezza, un borgo intriso di pace, amore e fratellanza che aiutasse i giovani a realizzarsi e che devolvesse tutti gli utili in opere umanitarie in Italia e nel mondo.

«Era il 1988. Avevo 27 anni. Mi chiedevo che senso avesse la vita - ricorda Cinzia - Arrivo al chiosco vicino al lago e trovo tanti ragazzi gentili. Gli occhi. Sono stati i loro occhi luminosi a smuovermi dentro. Ero fra sconosciuti, ma non mi ero mai sentita così accettata, amata, rispettata, custodita.

Quel giorno ho cominciato ad assorbire amore, amore che nel tempo ho sentito la necessità di restituire. 

Nel pomeriggio è arrivata una donna, Maria Di Gregorio. Non sapevo chi fosse. Lei si è avvicinata per darmi il benvenuto. Non dimenticherò mai quel momento.

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“Nei nostri momenti più bui non abbiamo bisogno di soluzioni o consigli. Ciò che desideriamo è semplicemente una connessione umana, una presenza tranquilla, un tocco delicato. Questi piccoli gesti sono le ancore che ci tengono fermi quando la vita esagera (Hemingway)”

«quindi vi prego, amici, non irrompete nella mia vita con la vostra voglia di tirarmi su. Non è di questo che ho bisogno. La bomba del dolore mi è scoppiata dentro distruggendo ossa e sogni. Sono tutto rotto. Non voglio essere aggiustato. Non voglio sentirvi dire che il tempo mi aiuterà perché l’esplosivo ha distrutto anche quello.

Prima sì esistevano i minuti, quelli che con lei riempivamo a volte con un sorriso, spesso litigando, ma che erano i nostri minuti, quelli che non ho più. Quindi, amici, vi prego, lasciatemi solo con lei.

Ricordi, cara, le nostre discussioni? 

Mi mancano anche quelle insieme ai tanti dettagli che sembravano insignificanti, come il profumo del tuo beverone a base di caffè di cicoria e latte di mandorla, io che cercavo di convertirti al caffè vero e tu?

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«Ancora oggi non so cosa dicessero quelle due donne che cantavano e, a dire la verità, non lo voglio sapere. Ci sono cose che non devono essere spiegate. Mi piace pensare che l'argomento fosse una cosa così bella da non poter essere espressa con parole semplici. Quelle voci si libravano nell'aria ad un’altezza che nessuno di noi aveva mai osato sognare.

Era come se un uccello meraviglioso fosse volato via dalla grande gabbia in cui eravamo, facendola dissolvere nell'aria e, per un brevissimo istante, tutti gli uomini di quella prigione si sentirono liberi» dice Morgan Freeman nel film «Le ali della libertà», perché cantare, lo sappiamo, libera.

Non l’abbiamo vissuta in tanti quell’euforia che ci riempiva quando, attorno a un falò o a una fontana, si cantava?

Qualcuno con la chitarra che intonava i pezzi classici di Battisti e compagni c’era sempre e giù tutti a seguirlo, stonati e intonati, incuranti di cosa pensasse il mondo, accomunati dalla medesima leggerezza e, soprattutto, non più divisi ma riassunti in una voce sola: la voce della gioia. 

Io usavo il canto come antidoto contro il mal d’auto o di mare. Un giorno sul traghetto cantavo ad alta voce e si è in breve formato un coro spontaneo perché, ammettiamolo, se non siamo stoccafissi, il canto ci contagia.

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Adorava il tintinnicare delle sartie di «Goletta», Marco, campanellini di mare, quelli della sua barca a vela, che lo accompagnavano interiormente anche nei giorni di traffico cittadino allorché, a tre ore di macchina dal porto di Marina di Pisa, il solo immaginare quel frinire argentato lo catapultava nel pozzetto della sua «Comet 1000» a godersi i sommessi gridolini delle altre compagne di mare in paziente attesa di ritrovarsi con gli ormeggi sciolti e le vele issate.

La fretta, in porto, non esisteva. Mentre in città Marco viveva con il piede pigiato sull’acceleratore, quando arrivava a Marina di Pisa e la visuale si apriva sui ciottoli bianchi adorni di scogli della spiaggia cittadina, i minuti iniziavano a dilatarsi. Era il segnale: «Sei arrivato».

Sbalzato in una dimensione altra, quella del silenzio del cielo e della libertà di togliersi giacca, cravatta e pure il titolo di ingegnere, Marco raggiungeva l’amata bussola marina quella che, oltre a rendergli sopportabili le difficoltà personali e professionali, nel fine settimana gli permetteva di staccare la spina e, soprattutto, di dedicarsi a lei. Goletta, infatti, aveva bisogno costante di cure che Marco espletava di buon grado non certo per dovere;

era passione, la sua, e la passione non stanca nemmeno quando, all’arrivo, invece che ascoltare subito il richiamo del mare, Marco esaminava lo scafo per individuare possibili danni, controllava i winch e la catena dell’ancora, sistemava il pozzetto e poi entrava, si cambiava d’abito, organizzava la cambusa, puliva gli interni e verificava gli impianti elettrici e idraulici. 

Infine, ispezionate cime, scotte e drizze e data un’occhiata a vele e motore, si rilassava nel pozzetto dove, con birra e patatine, attendeva gli amici per immergersi nel blu.

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Il casale toscano, con il pentolone di rame, il forno delle pizze e il cotto calpestato dal tempo, profumava di argilla e libertà. Abbracciato da tre ettari di natura prospicienti il mare, alla giovane coppia sembrò il luogo perfetto. Incendiati dall’entusiasmo i due consegnarono all’agenzia la proposta di acquisto.

«Pianteremo alberi da frutta, prepareremo marmellate, organizzeremo serate pizza e il grande paiolo sarà perfetto per cucinare mega polente» sognavano i due a occhi aperti minimizzando il fatto che, a cinque metri dalla villa, l’ex garage fosse diventato l’abitazione della figlia del proprietario che, oltre all’ostilità che nutriva nei confronti di chiunque avesse acquistato quella che ancora considerava casa sua, aveva un cane che abbaiava di continuo.

Macché, i due erano ciechi. Eppure, il giorno della visita, l’avevano ben vista la vecchia rimessa divenuta abitazione ma, accecati dall’entusiasmo, non ci avevano dato peso. Trentamila metri di libertà e, fuori dalla porta, un ringhio peloso che, al pari della sua padrona, sembrava reclamare il diritto sul bene purtroppo mangiato dai debiti.

L’idea della coppia, che sarebbe dovuta ricorrere alle banche per l’acquisto, era di pagare il mutuo con le locazioni brevi della serie: «Affittasi villa nella pace assoluta della Maremma… con vicini insidiosi e “incagnito” boxer rompi-pace».

Il disastro fu evitato da un investitore occulto che, a insaputa dell’agenzia esclusivista, aveva acquistato il casale dal proprietario il giorno prima.

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«Ogni storia si compone di tante tracce, infiniti fili che seguono sviluppi più o meno prevedibili. Dall’intreccio di questi fili può nascere un miscuglio informe e disordinato oppure un disegno dove ogni singolo elemento è al posto giusto (…)

A volte bisogna aspettare che tutti i fili si siano intrecciati per sciogliere i nodi e scoprire che quel percorso, per quanto accidentato, è perfetto così» scrive Federica Censi in “Quattro nodi da districare”.

Il problema è che quando tutti i fili si sono intrecciati, il garbuglio è talmente intricato da essere difficilmente scioglibile, il che ci porta spesso a delegare gli eventi della vita a scegliere per noi uno spostamento di focus che ci distragga o faccia uscire di scena.

In ogni caso l’appuntamento per affrancarci dall’auto-omertà nella quale ci siamo rintanati per mantenere, anche se stagnante, il nostro status quo, arriva. 

Per Luca, protagonista del libro della Censi, quel momento si concretizza per mano di una bimba: «Sapevo che prima o poi Sofia avrebbe chiesto di sapere la verità (…) quella verità con cui ancora non ero riuscito a fare pace.

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Osservo Christian, la sua incontenibile voglia di dire al mondo che la vita è bella e che, anche quando si cade, è possibile ritrovare il sorriso.

«Mi sento volare e spesso mi trattengo perché gli altri non capiscono come sia possibile sentirsi così - racconta - Una donna una volta mi disse: è impossibile che tu sia sempre così felice. E io: se avessi vissuto quel che ho vissuto io per venticinque anni, lo saresti anche tu».

Christian, caduto nella voragine della cocaina, aveva infatti perso tutto: emozioni, sentimenti, sogni, volontà. «La coca è subdola - continua - perché non si presenta come il mostro raccapricciante che ti strangola, no, “lei” si traveste da fatina buona che può farti sentire dio in terra, cancellare ogni sofferenza, disinibirti, caricarti, ma è tutto artificiale.

Mi ero indebitato fino al collo, continuavo a scivolare sempre più giù finché ho visto due amici morire giovani. Quello è stato il punto di svolta che mi ha fatto entrare nella Comunità di Mondo X dove ho incontrato, oltre al padre fondatore, altri angeli come Bruno e Tiziana.

Dopo cinque anni e mezzo, anche se non ero pronto, e me l’avevano detto, ho voluto uscire. Era il 2012, avevo 41 anni.

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A chi è esausto e non ce la fa più ricordo che anche Ada Blackjack era arrivata allo stremo delle forze. Aveva una fame tremenda ed era sola, su di un’isola sperduta, nel Mare della Siberia.

Per questo imbracciò per la prima volta un fucile e uccise una foca. Aveva 25 anni, Ada, ma riuscì a sezionare l’animale attirando l’attenzione di un’orsa e del suo cucciolo. Terrore. Altro sparo. Fuga dei due.

Questa situazione estrema, scritta nel diario della giovane inuit, unica sopravvissuta di una spedizione sull’isola di Wrangel, è una delle tante che Ada affrontò nei sette mesi di permanenza (dei quali due da sola) fra temperature artiche, venti taglienti, oceano ghiacciato e nebbie fittissime.

Perché era lì?

Originaria dell’Alaska, Ada si sposò a 16 anni con Jack e dei tre figli nati da quell’unione infelice, solo uno sopravvisse: Bennet. Correva l’anno1921 quando il marito la abbandonò.

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Lo so che non è facile accettare quel che ci accade soprattutto quando la vita è spietata e noi, travolti da tifoni fisici o emozionali, ci ritroviamo annientati. Paralizzati.

Spesso ci corazziamo appesantendo il nostro corpo di chili e cose da fare, o finendo per far pagare la nostra rabbia a chi non c’entra, ma ci è vicino.

Eppure ci siamo rinchiusi da soli fra le sbarre interiori del mal vivere ma, se ci accorgiamo del nostro stato di prigionia, da soli possiamo anche uscirne.

Nietzsche, con il suo «amor fati» (amore per il proprio destino), parla dell’importanza di accettare, finanche con gioia, quanto ci accade come se l’avessimo scelto, non quindi in forza della rassegnazione, ma della libertà di far splendere l’Oltreuomo (Übermensch), un individuo che ama eternamente la vita così com’è nel suo continuo ripetersi.

Secondo il filosofo tedesco, infatti, l’uomo che abbraccia l’amor fati attiva la propria potenza creativa trasmutando le crisi in opportunità e lo può fare perché è libero di fidarsi e, qualsiasi cosa accada, di dire: «Questo è ciò che mi serve».

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Questa è la storia di Angela che, nel tentativo di fuggire dal dolore, si inabissa in una tenebra senza fine. Una vita, la sua, fatta del profondo oscillare di un pendolo dalla traccia invisibile.

Traccia numero 1: l’infanzia, dall’orfanatrofio all’adozione.

Due: l’adolescenza, dal troppo amore alla ribellione.

Tre: il lavoro, da lavapiatti a ottima cuoca.

Quattro: le relazioni, dall’uso degli uomini all’incontro con l’amore autentico di Luca.

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Si chiama Siluana e abita in Romania in un paesino di montagna vicino alle vecchie miniere e ai monaci eremiti. La sua giornata inizia occupandosi della neonata di 2 mesi, poi del padre paralizzato, infine degli altri quattro figli.

Suo marito passa la vita al bar; è un bravo muratore ma, quando lavora, quel che guadagna «se lo beve tutto» racconta Siluana che, figlia di genitori alcolizzati, si è scelta quell’uomo sempre ubriaco «perché aveva un cuore buono» dice.

A casa è tutto sulle spalle di Siluana ed è tipico vederla, insieme ai figli, pitturare una ringhiera o spaccare legna. Sembrerebbe una vita grama, la sua, se non fosse che lei è gioiosa. Di più. Radiosa.

«In ogni cosa vedo qualcosa di più grande» afferma. Per questo non si lamenta mai e ha sempre la battuta pronta. I figli hanno la sua stessa serenità mentre assolvono le varie responsabilità quotidiane. 

«Sto dando loro quel che non ho avuto io. Siamo una bella squadra - esclama ridendo - e perché abbiano riferimenti maschili sani, li porto spesso dai monaci eremiti».

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Stanotte il lago ruggisce come il mare. Le onde si infrangono sulla battigia mentre due anziani giocano fra i cavalloni tenendosi per mano. Si girano. Mi guardano. Sorridono. Il collegamento a Nino e Jole è immediato.

Lui pugliese, lei di Nave, i nonni di Manila Barbati amavano scherzare con la vita.

«Di cavolate ne facevano tante - ricorda la bravissima attrice - tipo una sera perdere tutti i soldi al Casinò ma ogni volta, passato il primo colpo, il nonno esclamava: però, che vita!»

Nino era direttore di banca, amava l’arte, scriveva poesie per i compleanni, trovava una parola buona per tutti e, non prendendosi mai sul serio, affrontava la quotidianità con leggerezza sdrammatizzando sempre.

Un esempio: quando chiamava le quattro figlie a tavola, mentre Jole canticchiava appoggiando i fiori freschi sul tavolo, nella confusione del momento Nino simulava di sedersi dove mancava la sedia mangiando con le posate fantasma. 

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Io, quando parlo di Nicolò, mi emoziono. Sì perché un ragazzo di trent’anni che già da sette, con la sua organizzazione no profit «Still I Rise», sta rivoluzionando il mondo della scuola, è un angelo in missione, e gli angeli vanno riconosciuti, sostenuti, onorati.

Sono uomini e donne simili a noi, gli angeli umani; hanno anche loro scatti di rabbia e tonfi di delusione, ma il loro cuore batte imperterriti rintocchi di amore sconfinato.

E quando ami così, ami a prescindere dall’affetto personale che ti lega ad amici e parenti. Di quello siamo capaci tutti, più o meno.

L’Amore, quello con la «a» maiuscola, è incondizionato e raggiunge chiunque incroci la tua strada perché non percepisci distanza né differenza alcuna fra te e gli altri. Sei nel Tutto, nell’Uno «e dove l'anima è Uno - afferma Meister Eckhart - lì è Dio».

Eppure Nicolò di Dio non parla mai, probabilmente perché è in collegamento diretto, afferma suo nonno seduto al mio fianco alla proiezione del DocuFilm sulla vita di Nicolò «School of life» a Cremona. 

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Me li vedo, fra fichi d’India e ginestre, gli zoccoli degli asini avanzare lenti lungo le mulattiere della selvaggia Alicudi, l’isola più occidentale delle Eolie dove le distanze si misurano in gradini e dove, al gradino 357, i muli si fermano per scaricare il loro prezioso carico di libri e far ritorno al porto a prenderne altri.

L’avventura risale al 2017 quando, a due anni dalla scomparsa dello scrittore Franco Scaglia, la moglie e attrice Mascia Musy decise di donare i libri di Franco all’amata Alicudi,

«un piccolo paradiso dove l’uomo non ha mai potuto comandare - racconta Mascia - e dove invece comanda ancora la Natura, ovvero il mare e il vento, il sole e la luna, la flora e la fauna, le stelle; un angolo incantevole che ti regala ogni istante la meravigliosa sensazione di far parte del Tutto».

L’impresa sembrava folle: trasferire 7000 volumi da Roma ad Alicudi e poi salire con i muli fino al gradino 357 ma, come Mascia e Franco amavano dirsi citando Ezra Pound, «se un uomo non ha il coraggio di credere nelle proprie idee, o quell’uomo non vale nulla, o quelle idee non valgono nulla». 

È nata così la «Biblioteca tra cielo e mare Franco Scaglia» nella tranquilla Alicudi che, con meno di 70 abitanti, 600 capre selvatiche e circa 7500 libri, è un angolo di incontaminata purezza, cielo turchese, scogliere a picco sul mare, pendici vulcaniche, profumata macchia mediterranea, labirinti di scale, case in pietra lavica e parole, milioni di eterne, pazienti parole.

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Era in dubbio nel 1940, dopo un mese di carcere, se divulgare o meno il suo diario «Libertà in prigione» lo psichiatra fondatore della Psicosintesi Roberto Assagioli, ma lo pubblicò

conscio di come le prigioni dell’esistenza riguardino tutti e di come da ognuno di noi dipenda «il far uso di ogni circostanza a scopi costruttivi per allenare e sviluppare qualche parte del proprio essere, o per preservare la serenità, o per ricavare interesse, gusto e gioia da qualsiasi cosa» scrive.

Capita infatti di trovarci in situazioni, nostre o altrui, nelle quali il mondo, d’improvviso, ci crolla addosso. O ci implode dentro. Penso a quando da sani e autosufficienti ci ritroviamo ammalati e dipendenti dagli altri, o quando eventi dolorosamente affilati ci frantumano il cuore. Di colpo siamo al muro della vita. Vuoti. Inermi. 

Eppure, quando Assagioli è stato messo in carcere accusato di attività pacifiste e internazionaliste invise al regime fascista, ha deciso di trasformare questo contrattempo della vita in un’occasione di crescita e rinnovamento interiore.

Lo scatto fondamentale, per lui, è stato capire che, seppur privato della libertà fisica, nessuno poteva privarlo della possibilità di scegliere quale valore e significato assegnare a quell’evento.

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 Arianna ha da poco sostenuto l’esame dell’unica materia per la quale è stata rimandata a settembre. La scuola la chiamerà solo in caso di bocciatura, ma la ragazza è tranquilla perché l’interrogazione è andata bene.

Eppure la telefonata arriva e la coglie in contropiede. Pugno nello stomaco e fiume di lacrime.

A seguire una seconda chiamata le annuncia che si tratta di uno scherzo. Arianna è sconvolta. Il colpo inferto ha lasciato un solco profondo.

Cinque anni dopo. Secondo anno di università (fisioterapia) e primo di tirocinio in un centro specializzato.

Per un mese e mezzo, 40 ore a settimana, la ragazza viene interrogata sul funzionamento del corpo umano e le fanno anche trattare in autonomia alcuni pazienti essendo preparata e professionale. Il centro le propone, a studi terminati, di lavorare lì. 

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Siamo nel 2020. Viene licenziata dall’oggi al domani, Claudia, perché i figli dell’anziana presso la quale è colf e badante, possono occuparsi della madre dovendo chiudere l’attività causa avanzare del Covid.

Pochi giorni e la donna si ritrova con due euro in tasca e dieci euro in banca. Non è la prima volta che la povertà viene a trovarla, ma quel che sta per accadere ha dello straordinario.

Dopo averle tentate tutte, Servizi Sociali compresi, alcune amiche fanno una colletta di mille euro e gliela consegnano. Claudia rifiuta l’aiuto perché sente che non è la soluzione; ci è già passata da quel tipo di sostegno e, visto che il «calcio della vita» ritorna, sa che accettare la busta non le permetterà di estrapolare l’insegnamento evolutivo che quella lezione porta con sé.

Stavolta starà occhi negli occhi con la paura per affrontarla, fino in fondo. Le ore scorrono buie, terribili. La sessantenne si gratta la fronte fino a scarnificarla. Piange percossa da un grido violento, ma resta ferma a osservare il suo terrore.

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