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Il blog felice
Der Blog vom Glück
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RAGGIUNGERE IL SOGNO

«Perché non posso andare in cantiere?» chiede Rosa. «Perché sei donna. Discorso chiuso» risponde il capo.

Nonostante l’esperienza e l’amore per il profumo del cemento, l’essere femmina in un comparto tipicamente maschile è un confine che relega la geometra fra le mura dello studio tecnico. 

Si licenzia ma, dopo una parentesi nell’immobiliare, il richiamo all’edilizia la riporta in campo e, finalmente, anche in cantiere.

L’intonaco degli anni si accumula finché arriva il giorno del grande trave. Quello della svolta. Il capo, che è sempre stato collaborativo, da qualche giorno le rema contro.

Rosa chiede spiegazioni e queste arrivano, inaspettate: «Se tu fossi più carina con me - afferma suadente lui - se ci fosse una cena con un dopocena, tutto cambierebbe».

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«Più ci penso - racconta Alina - più non mi capisco. Con mio marito siamo cresciuti insieme nelle campagne della Moldavia. A vent’anni ci siamo sposati. Eravamo impacciati; era la prima relazione per entrambi.

Io da principio volevo cambiarlo: lui era disordinato e scoppiava per niente, ma poi si scusava e mi coccolava facendomi sentire una regina. Abbiamo cresciuto quattro figli dando loro amore e sani valori.

In Italia ci siamo trasferiti quando i bimbi erano piccoli. Mio marito si è messo in proprio e io ho fatto la mamma. Adesso che i ragazzi sono adulti mi godo i miei tre volte vent’anni da felice moglie e nonna che la domenica riunisce a tavola la grande famiglia.

Non ho cambiato mio marito; lui è sempre impulsivo e disordinato, ma anche premuroso e sorprendete dopo quarant’anni di matrimonio.

Lo so: coppie e famiglie come la nostra sono rare ma… c’è un «ma». Il mio «ma» si chiama Dimitri.

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Poesia di Trilussa - Voce Carlo Polloni

ER PRESEPIO

Ve ringrazio de core, brava gente, pé ‘sti presepi che me preparate, ma che li fate a fa? Si poi v’odiate, si de st’amore non capite gnente… Pé st’amore sò nato e ce sò morto, da secoli lo spargo dalla croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto, senza ascolto. La gente fa er presepe e nun me sente; cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indifferente e nun capisce che senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore.

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Da bambino Leo Amici veniva chiamato perché in sua presenza i trattori guasti ripartivano. Divenuto adulto era lui a viaggiare nel mondo per curare corpo, mente e cuore di chi incontrava e, a chi voleva ripagarlo dei favori ottenuti, rispondeva: «Tu sai a chi darlo. Quando sei guarito, sei felice e ami il tuo prossimo, tu mi hai ripagato». 


Il sogno di Leo era costruire un piccolo paese abitato da pace, amore e fratellanza che devolvesse tutti gli utili in opere di solidarietà, sogno che realizzò al Lago di Monte Colombo in quel di Rimini (vedi articolo «C’è un piccolo paese dove l’amore non lo spieghi, lo vivi») grazie all’aiuto di centinaia di volontari che, mattone dopo mattone, fabbricarono il borgo. E se stessi.


Fra loro c’era un ragazzo: Carlo Tedeschi. Era il 1978 quando Carlo, abbracciando Leo, sentì nel petto uno scoppio di fuoco che generò in lui tre parole: «Allora Dio esiste».


Aveva 27 anni, Carlo, e da quel momento la sua vita di autore, regista, pittore e scrittore fiorì interamente dedicata a portare a compimento il progetto di Leo Amici che, oltre al borgo, prevedeva la creazione di grandi spettacoli per riverberare fra la gente afflati di paradiso.

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Ha la marcia della rabbia sempre innescata Amir, e non può farci nulla perché, quando si sveglia al mattino con il corpo in folle, non si rende conto che l’ira è già lì pronta a mettere la prima. Alla prima occasione.

Se ne fosse consapevole potrebbe imparare a dominare il proprio temperamento permettendo alla sua potenzialità di prevalere nel bene come nel male, scrive Norbert Glas nel quasi introvabile libro «I quattro Temperamenti».

Il rischio per chi non riesce a mantenere salde le redini del proprio essere melanconico, flemmatico, sanguinico o collerico, continua Glas, è di subire passivamente il proprio temperamento senza sfruttarne le potenzialità.

Amir è un collerico e il rancore che gli scorre nelle vene si placa solo quando sta male; è allora che diventa mite e che, spogliatosi dell’armatura collerica, manifesta la meraviglia che è.

Ricordo un giorno in cui la paura gli fece temere la morte imminente: in quel momento le sue parole furono di una bellezza e profondità commoventi. In lui c’erano comprensione e dolcezza, richieste di perdono e il rammarico di non essere riuscito ad elevare l’anima come avrebbe potuto se si fosse giocato la partita diversamente.

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