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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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VIVERE CON PASSIONE

«Non va affatto bene». La voce di Lorena è bassa, come la direzione del suo sguardo, mentre sciorina una sequela di difficoltà: il lavoro, la famiglia, la casa, la salute.

Mentre lei affoga nel proprio monologo, mi chiedo se questo eterno lamentarsi, o l'ascoltare l'ininterrotto coro di sproloqui altrui, serva davvero a qualcosa.

Etimologicamente, «lamento» deriva dal latino lamĕntum (piangere, gemere) e condivide la radice con clamĕntum (chiamare).

Il piagnucolio reiterato è, in fondo, il richiamo di chi si è affezionato al ruolo di vittima: non cerca soluzioni, ma pretende l’attenzione di qualcuno disposto a farsi «cassonetto» per accogliere i propri scarti emotivi.

È un lamento sterile che non giova: alimenta un dialogo interiore distruttivo in chi lo produce e inonda di tossine chi lo riceve. Per questo va fermato.

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«Non ti amo, ma quando mi sveglio ho subito voglia del tuo profumo. Non ti amo, ma quando non ci sei mi manca tutto di te: le tue carezze, il tuo sguardo, il nostro ridere insieme. Non ti amo, ma vorrei che tu fossi qui, adesso, per abbracciarti e starmene avvolto attorno al tuo corpo.

Non ti amo, ma quando sei parte della mia vita mi sento profondamente bene, le persone che incontro diventano più gentili e quando l’antico dolore trasuda dalla mia corazza, mi basta parlarti per sentirlo sciogliersi in un sorriso. Non ti amo, ma la tua presenza ha sconfitto la mia solitudine.

Non ti amo, ma nei ricordi più belli ci sei sempre tu. Non ti amo, ma ogni volta che mi sfiori mi perdo in una dimensione di intima pace e l'energia che si sprigiona fra di noi è estasi pura. Non penso dipenda da te, ma succede solo con te.

Io non posso amare, è una promessa che mi porto dentro. Chi ama soffre e io non voglio soffrire.

Al centro del mio universo ci sono solo io. E la mia corazza.

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Nel cielo si sollevano nubi, emozioni tumultuose. Il vento si annuncia con un sibilo crescente di paure frustanti. Le onde si fanno urla di mare impazzito: quel che da sempre temevamo si sta avvicinando.

L’aria tutt’intorno si carica di una forza invisibile, pronta a scatenarsi. La nostra vita sta per essere travolta da un vortice di potenza ancestrale che, come un soffio divino che scuote le fondamenta del mondo, ci danza attorno con furia portando con sé il caos e la rinascita.

E mentre siamo lì, paralizzati innanzi a ciò che si consuma davanti ai nostri occhi, c’è un istante eterno, un vuoto sospeso nel nulla nel quale, mentre le nubi si avvinghiano in un abbraccio furioso torcendo e straziando il cielo, sperimentiamo l’occhio del ciclone dove tutto tace.

Se potessimo fermarci in quel centro come nelle profondità del nostro cuore, la nostra sofferenza troverebbe pace.

Immaginiamoci al centro di un tornado avvolti da un silenzio assordante mentre tutto attorno si agita e si spezza. Nonostante le raffiche flagellanti e le nuvole nere che si addensano, noi restiamo immobili.

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«Ancora oggi non so cosa dicessero quelle due donne che cantavano e, a dire la verità, non lo voglio sapere. Ci sono cose che non devono essere spiegate. Mi piace pensare che l'argomento fosse una cosa così bella da non poter essere espressa con parole semplici. Quelle voci si libravano nell'aria ad un’altezza che nessuno di noi aveva mai osato sognare.

Era come se un uccello meraviglioso fosse volato via dalla grande gabbia in cui eravamo, facendola dissolvere nell'aria e, per un brevissimo istante, tutti gli uomini di quella prigione si sentirono liberi» dice Morgan Freeman nel film «Le ali della libertà», perché cantare, lo sappiamo, libera.

Non l’abbiamo vissuta in tanti quell’euforia che ci riempiva quando, attorno a un falò o a una fontana, si cantava?

Qualcuno con la chitarra che intonava i pezzi classici di Battisti e compagni c’era sempre e giù tutti a seguirlo, stonati e intonati, incuranti di cosa pensasse il mondo, accomunati dalla medesima leggerezza e, soprattutto, non più divisi ma riassunti in una voce sola: la voce della gioia. 

Io usavo il canto come antidoto contro il mal d’auto o di mare. Un giorno sul traghetto cantavo ad alta voce e si è in breve formato un coro spontaneo perché, ammettiamolo, se non siamo stoccafissi, il canto ci contagia.

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Stanotte il lago ruggisce come il mare. Le onde si infrangono sulla battigia mentre due anziani giocano fra i cavalloni tenendosi per mano. Si girano. Mi guardano. Sorridono. Il collegamento a Nino e Jole è immediato.

Lui pugliese, lei di Nave, i nonni di Manila Barbati amavano scherzare con la vita.

«Di cavolate ne facevano tante - ricorda la bravissima attrice - tipo una sera perdere tutti i soldi al Casinò ma ogni volta, passato il primo colpo, il nonno esclamava: però, che vita!»

Nino era direttore di banca, amava l’arte, scriveva poesie per i compleanni, trovava una parola buona per tutti e, non prendendosi mai sul serio, affrontava la quotidianità con leggerezza sdrammatizzando sempre.

Un esempio: quando chiamava le quattro figlie a tavola, mentre Jole canticchiava appoggiando i fiori freschi sul tavolo, nella confusione del momento Nino simulava di sedersi dove mancava la sedia mangiando con le posate fantasma. 

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