«Non va affatto bene». La voce di Lorena è bassa, come la direzione del suo sguardo, mentre sciorina una sequela di difficoltà: il lavoro, la famiglia, la casa, la salute.
Mentre lei affoga nel proprio monologo, mi chiedo se questo eterno lamentarsi, o l'ascoltare l'ininterrotto coro di sproloqui altrui, serva davvero a qualcosa.
Etimologicamente, «lamento» deriva dal latino lamĕntum (piangere, gemere) e condivide la radice con clamĕntum (chiamare).
Il piagnucolio reiterato è, in fondo, il richiamo di chi si è affezionato al ruolo di vittima: non cerca soluzioni, ma pretende l’attenzione di qualcuno disposto a farsi «cassonetto» per accogliere i propri scarti emotivi.
È un lamento sterile che non giova: alimenta un dialogo interiore distruttivo in chi lo produce e inonda di tossine chi lo riceve. Per questo va fermato.
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