Bianca Brotto

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Amo la vita, sempre, anche quando non la capisco, anche quando soffro, ancor di più quando esplodo di gioia; trovo sia un’avventura straordinaria che si rinnova ogni giorno, al sorgere del sole.


Suono di rado, ma con amore, il pianoforte e canto mentre guido. Non ho tempo per le frequentazioni sterili, ma non guardo l’orologio quando un amico ha bisogno di me; l’amicizia è un dono meraviglioso e mi ha salvato la vita.

Mi piace leggere, lasciarmi rapire dai notturni di Chopin e riempirmi con un bel film.


Adoro il fuoco, la fiamma viva, il calore che mi trasmette. Amo viaggiare e vivere le emozioni della natura, dell’arte e degli incontri inattesi. Quando posso fuggo all’isola d’Elba dove, nell’incedere lento e potente del mare, mi rigenero.



Non mi annoio mai, trovo che il semplice esistere nel presente sia entusiasmante.

 

Come fanno? Lei adora viaggiare, visitare musei. Lui no. Lei ama esplorare i misteri dell’anima. Lui no. Sono come lingue straniere che non hanno parole in comune, ma che si sono inventate un terzo alfabeto per capirsi.

Lui è appassionato di numeri: apre un bilancio e ne cattura al volo ogni dettaglio. Lei no. Lui è l’inchiostro, il segno deciso e scuro, lei la pagina bianca, lo spazio aperto e silenzioso. Incontrandosi sono diventati una storia.

Esplosivo e geniale, lui entra nel magazzino di un’azienda e, fra migliaia di articoli, intuisce al volo lo scaffale sul quale mancano pezzi. Lei no.
 
Come fanno? Non hanno niente in comune, ma condividono gli stessi valori: il non giudizio, il perdono, la bontà, l’altruismo, la complicità, l’unione familiare e l’infinita voglia di ricominciare dopo gli innumerevoli «Non ti sopporto più» che si lanciano a vicenda: ecco come fanno. 

Li osservo camminare per le vie di Roma tenendosi per mano. Scherzano. Talvolta la sera, a letto, ridono a più non posso e io mi dico:
 
due cuori che si divertono così dopo cinquantacinque anni di matrimonio e quattro di fidanzamento, non sono forse l’unica forma di eternità che ci è concesso toccare?
 
Che sia una sorta di equilibrio astronomico, il loro, come il solstizio e l’equinozio che, pur abitando stagioni opposte, si cercano per dare un senso al tempo?

Lui oggi sogna una fattoria didattica. Lei non ne vuole sapere. Eppure dove c’è uno c’è l’altra.

Incontrarli è un'ondata di bellezza che ti resta dentro. Passeggi per la Capitale sotto un azzurro smaltato che sovrasta i tetti e ci sono quei due e il loro incessante inventarsi nuovi modi per abitare il miracolo della vita.
 
Ti chiedi se la ricetta sia un mix di intelligenza, generosità e follia, se esistano la fortuna o il fato, e perché potenzialità simili portino uomini e donne a destini opposti. Di colpo le domande tacciono: quando una coppia è benedetta dall’Amore, non c’è nulla da capire e nemmeno da spiegare.

Davanti ad un caffè ti raccontano di aver sperimentato vette stellari e tonfi abissali, ma tu senti che non è questo il punto. Il punto è che oltre il fango della sconfitta o l’abbaglio della gloria è sempre regnata incontrastata la fedeltà ai valori fondamentali.
 
Ma c’è dell’altro: quei due non sono mai stati due metà che si completano, ma due interi che, scegliendo di non lasciarsi mai, hanno fuso i rispettivi «Io sono» in un unico «Io siamo» inteso come «Sì-amo», cioè, amo veramente e creo consapevolmente un’unione che effonde amore sulla coppia, sui figli, sul prossimo.

Mentre il mondo è dilaniato dalle diversità dei punti di vista, loro calpestano l’asfalto della Città Eterna allo stesso ritmo insegnandomi che non serve parlare la stessa lingua, quando si ha lo stesso passo.

Li guardo allontanarsi tra i riflessi del tramonto; sono la prova che le differenze non dividono, se diventano l'incastro perfetto di un disegno più grande e che, quando l’amore non è una meta da raggiungere, ma un modo di procedere, la polvere dei giorni diventa sorridente eternità domestica.
 
Cinquantanove anni di strada e non hanno ancora smesso di correre: lui verso il futuro, lei verso di lui. Entrambi verso lo stupore di domani.

TI LEGGO L'ARTICOLO: QUI
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Appeso davanti ad un ponte sospeso tra il buio della morte e la luce della rinascita c’è un cartello con alcune domande. Non sono obbligata né a leggere il cartello né ad attraversare il ponte, ma so che, se lo farò, potrebbe accadere qualcosa di inaspettato perché è Pasqua, dall’ebraico Pesach, passaggio.

Sono pronta? Un profondo «sì» mi affiora dentro. Leggo.

Le domande non sono gentili, anzi, mi mettono in croce e mi costringono a guardarmi dentro. D’altronde le ho evitate troppo a lungo non perché facessero rumore, ma perché sapevo che avrebbero smosso tutto.

La prima è quasi innocente: in quale parte della tua vita stai recitando un ruolo?

Non serve pensarci troppo. Il corpo lo sa: è in quel sorriso che arriva troppo veloce, in quel «sto bene» detto senza respiro. È lì che inizio a perdermi: nel punto esatto in cui scelgo una maschera invece della verità e, così facendo, non solo creo distanza dagli altri, ma mi allontano da me stessa.

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Mi chiamo Cristina e credo nella bellezza come forma di rispetto per lo spazio che abito. Curo con amore e dedizione la casa e il giardino della bifamiliare dove vivo.

L’unico neo che non mi rappresenta è l’ingresso incolto e trascurato che condivido con i miei vicini. Sono persone gentili e sempre disponibili, Luca e Sara. Negli anni abbiamo costruito un rapporto equilibrato fatto di discrezione e serenità.

Un giorno, stanca di vedere l’entrata disordinata, ho proposto loro di sistemarla dividendo le spese a metà, come da atto notarile. Hanno detto «Sì».

Io ho accettato il compromesso dell’asfalto, più economico della pavimentazione, ma il loro «No» in merito alla mia idea di un'aiuola fiorita da realizzare nell’angolo delle erbacce è stato perentorio.

«La pago io» ho deciso pur di vedere quel grigio accendersi di vita. L’ultimo tassello era una griglia di scolo, fondamentale per evitare che il loro garage si allagasse. Costo: seicento euro.

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«Perché non posso andare in cantiere?» chiede Rosa. «Perché sei donna. Discorso chiuso» risponde il capo.

Nonostante l’esperienza e l’amore per il profumo del cemento, l’essere femmina in un comparto tipicamente maschile è un confine che relega la geometra fra le mura dello studio tecnico. 

Si licenzia ma, dopo una parentesi nell’immobiliare, il richiamo all’edilizia la riporta in campo e, finalmente, anche in cantiere.

L’intonaco degli anni si accumula finché arriva il giorno del grande trave. Quello della svolta. Il capo, che è sempre stato collaborativo, da qualche giorno le rema contro.

Rosa chiede spiegazioni e queste arrivano, inaspettate: «Se tu fossi più carina con me - afferma suadente lui - se ci fosse una cena con un dopocena, tutto cambierebbe».

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Questa non è solo una storia vera narrata con compostezza e nobiltà d’animo da una madre. Questo è anche il viaggio di rinascita di una figlia, Maria Beatrice, alla quale una voce interiore impone di non mangiare.

«Io credo, mamma, che dopotutto tredici anni siano sufficienti per aver vissuto. Così mi disse una sera, al tavolo della cucina, calma, pacata, lucida. Mi si gelò il cuore. Lo aveva detto con rassegnazione» scrive Arianna Gnutti nel libro «Se bastasse l’amore (Piemme).

Poche ore dopo, ambulanza, Pronto Soccorso Pediatrico e ancora rifiuto di ricovero nonostante Maria Beatrice, affetta da anoressia nervosa, sia scheletrica e con il cuore che fatica a battere.

L’ultimatum al destino arriva per mano di Arianna la sera del 25 gennaio 2021: «La fotografai e inviai l’immagine alla sua psicoterapeuta scrivendo: Mia figlia sta morendo. Dobbiamo ricoverarla!»

Grazie all’intervento della professionista, le porte del reparto finalmente si aprirono.

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«Non va affatto bene». La voce di Lorena è bassa, come la direzione del suo sguardo, mentre sciorina una sequela di difficoltà: il lavoro, la famiglia, la casa, la salute.

Mentre lei affoga nel proprio monologo, mi chiedo se questo eterno lamentarsi, o l'ascoltare l'ininterrotto coro di sproloqui altrui, serva davvero a qualcosa.

Etimologicamente, «lamento» deriva dal latino lamĕntum (piangere, gemere) e condivide la radice con clamĕntum (chiamare).

Il piagnucolio reiterato è, in fondo, il richiamo di chi si è affezionato al ruolo di vittima: non cerca soluzioni, ma pretende l’attenzione di qualcuno disposto a farsi «cassonetto» per accogliere i propri scarti emotivi.

È un lamento sterile che non giova: alimenta un dialogo interiore distruttivo in chi lo produce e inonda di tossine chi lo riceve. Per questo va fermato.

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Ci sono sofferenze che ti scuoiano con una forza bruciante e tu, carne viva, puoi solo decidere se farti distruggere da quell’energia o se trascenderla per aprirti all’immensità di Chi sei tu e di Chi sono gli altri.

Gianpietro Ghidini scelse la seconda via quando, la notte del 24 novembre 2013, suo figlio morì gettandosi nel fiume sotto l’effetto di una droga allucinogena; Emanuele, detto Ema, aveva solo sedici anni.

Gianpietro, all’indomani, si mise al servizio della Vita e, costituita la Fondazione Ema PesciolinoRosso, partì per incontrare lungo lo Stivale giovani e adulti totalizzando, in 12 anni, 2450 incontri. 

Mi sono chiesta in che modo lo strazio l’avesse plasmato. «Quando ho smesso di combattere il dolore e l’ho accolto come compagno di viaggio

- afferma Gianpietro - ho capito che ogni volta che al dolore uniamo l’odio dando spazio alla rabbia, quel dolore diventa il nostro distruttore.

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«Non ti amo, ma quando mi sveglio ho subito voglia del tuo profumo. Non ti amo, ma quando non ci sei mi manca tutto di te: le tue carezze, il tuo sguardo, il nostro ridere insieme. Non ti amo, ma vorrei che tu fossi qui, adesso, per abbracciarti e starmene avvolto attorno al tuo corpo.

Non ti amo, ma quando sei parte della mia vita mi sento profondamente bene, le persone che incontro diventano più gentili e quando l’antico dolore trasuda dalla mia corazza, mi basta parlarti per sentirlo sciogliersi in un sorriso. Non ti amo, ma la tua presenza ha sconfitto la mia solitudine.

Non ti amo, ma nei ricordi più belli ci sei sempre tu. Non ti amo, ma ogni volta che mi sfiori mi perdo in una dimensione di intima pace e l'energia che si sprigiona fra di noi è estasi pura. Non penso dipenda da te, ma succede solo con te.

Io non posso amare, è una promessa che mi porto dentro. Chi ama soffre e io non voglio soffrire.

Al centro del mio universo ci sono solo io. E la mia corazza.

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Giappone. Seconda Guerra Mondiale. Aveva dieci anni la piccola Megumi Takahashi quando suo padre partì per il fronte.

«La guerra si faceva un po’ alla volta sempre più violenta e brutale. Nel frattempo gli aerei americani avevano cominciato a sorvolare i cieli del Giappone (…) La guerra finì nell’agosto del 1945. Il Giappone era stato sconfitto. Anche se la guerra era ormai finita, il papà non era ritornato a casa. Era morto in guerra» racconta Megumi in «Ingerenza amorevole» (Stòrigami Editore).

«Megumi-chan, che era ancora piccola, non aveva capito bene cosa fosse veramente la guerra», ma sperava che il silenzio delle armi avrebbe portato il pane a lei e le sue due sorelline. Non successe. Nonostante il lavoro estenuante della madre e i debiti contratti per sfamarle, la fame restava un’ombra costante.


Un giorno un uomo fece irruzione in casa e, spingendo la donna a terra, urlò: «Se non mi restituisci i soldi, ti porto via tutto quello che hai». Le bimbe scoppiarono a piangere mentre l’uomo strappava dal dito della mamma l’anello ricordo di papà e loro «fissavano impotenti il volto pieno di lacrime della mamma. La cassettiera, i futon, le pentole e le ciotole, tutto era sparito». Svuotate le stanze, l’individuo se ne andò.


Rimaste sole tra le mura spoglie, la madre, sfinita dalla disperazione, mormorò alle figlie:

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Era il 31 ottobre 2020. Quel giorno l’articolo intitolato «La lezione dell’anitra» ha dato il via sul Giornale di Brescia alla rubrica settimanale «La Bellezza Nel Quotidiano». Grazie all’iniziativa della direttrice del GdB, Nunzia Vallini, da quella serie è nata una ricca raccolta degli articoli scritti nel corso di cinque anni da Bianca Brotto, autrice gardesana, ora pubblicati in un volume presentato in sala Libretti lunedì scorso.

L’incontro è stato uno scambio di riflessioni profonde, ironiche incursioni nel quotidiano e soprattutto parole a sostegno delle emozioni del pubblico presente che si è immedesimato, senza alcuna fatica, nella bellezza che, sempre e comunque, impregna l’esistenza.

Quella dell’autrice Bianca Brotto è una scrittura fresca e leggera, che tratta anche temi profondi e intensi in maniera eccelsa. 

Si riesce a pensare a quale sia il senso della vita mentre si leggono le pagine di questa antologia, passando dal sorriso al turbamento. La scrittrice, fra le notizie di attualità, ha creato nel tempo uno spazio di riflessione, capace di mostrare come la bellezza continui ad abitare l’esistenza anche quando è meno visibile.

«Nonostante faccia più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, per citare Lao Tzu, a dispetto di quel che accade nel mondo la bellezza è disseminata ovunque, ma non fa rumore - ama ricordare la Brotto-.

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Nel cielo si sollevano nubi, emozioni tumultuose. Il vento si annuncia con un sibilo crescente di paure frustanti. Le onde si fanno urla di mare impazzito: quel che da sempre temevamo si sta avvicinando.

L’aria tutt’intorno si carica di una forza invisibile, pronta a scatenarsi. La nostra vita sta per essere travolta da un vortice di potenza ancestrale che, come un soffio divino che scuote le fondamenta del mondo, ci danza attorno con furia portando con sé il caos e la rinascita.

E mentre siamo lì, paralizzati innanzi a ciò che si consuma davanti ai nostri occhi, c’è un istante eterno, un vuoto sospeso nel nulla nel quale, mentre le nubi si avvinghiano in un abbraccio furioso torcendo e straziando il cielo, sperimentiamo l’occhio del ciclone dove tutto tace.

Se potessimo fermarci in quel centro come nelle profondità del nostro cuore, la nostra sofferenza troverebbe pace.

Immaginiamoci al centro di un tornado avvolti da un silenzio assordante mentre tutto attorno si agita e si spezza. Nonostante le raffiche flagellanti e le nuvole nere che si addensano, noi restiamo immobili.

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«Più ci penso - racconta Alina - più non mi capisco. Con mio marito siamo cresciuti insieme nelle campagne della Moldavia. A vent’anni ci siamo sposati. Eravamo impacciati; era la prima relazione per entrambi.

Io da principio volevo cambiarlo: lui era disordinato e scoppiava per niente, ma poi si scusava e mi coccolava facendomi sentire una regina. Abbiamo cresciuto quattro figli dando loro amore e sani valori.

In Italia ci siamo trasferiti quando i bimbi erano piccoli. Mio marito si è messo in proprio e io ho fatto la mamma. Adesso che i ragazzi sono adulti mi godo i miei tre volte vent’anni da felice moglie e nonna che la domenica riunisce a tavola la grande famiglia.

Non ho cambiato mio marito; lui è sempre impulsivo e disordinato, ma anche premuroso e sorprendete dopo quarant’anni di matrimonio.

Lo so: coppie e famiglie come la nostra sono rare ma… c’è un «ma». Il mio «ma» si chiama Dimitri.

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Loro sono lì, nel ventre rigonfio di nuova vita. Sono due e chiacchierano.

Un feto chiede all'altro: «Tu credi nella vita dopo il parto?»

Risposta: «Deve pur esserci qualcosa dopo la nascita; probabilmente siamo qui a prepararci per quello che ci sarà dopo».

«Stupidaggini - ribatte il primo - Non c'è vita dopo la nascita. Che tipo di vita sarebbe?»

Il secondo: «Non so, ma ci sarà più luce di dove siamo ora. Forse cammineremo con le nostre gambe e mangeremo con la bocca. Probabilmente avremo altre sensazioni che adesso non possiamo capire».

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Sono pesi nascosti, presenze silenti le morti interiori che gravano sul nostro cuore. Spesso preferiamo ignorarle coprendole di pensieri arruffati, schermi da fissare o emozioni qualsiasi.

Pur di riuscire a stare a galla tra i flutti del destino, vanno bene tutte, le fughe, anche quelle grevi che scaturiscono dalla rabbia e quelle leggere degli appagamenti momentanei.

Ma lentamente, in questo continuo anestetizzarci, i drammi che il nostro inconscio custodisce continuano a percuoterci come onde che si insinuano violente tra le pieghe di un sorriso.

Questi pezzi rotti di noi che la nostra mente pesca nel silenzio di una notte insonne provengono da persona perdute, aspettative tradite, relazioni ustionanti, sogni infranti, lutti indelebili e mentre la bellezza del cielo e della terra ci cinge nel suo abbraccio d’amore sconfinato, noi procediamo sempre più affaticati dalla valigia pesante che continuiamo a trascinarci dietro perché separarcene sembra impossibile.

E allora avanti, giorno dopo giorno, sperando nella cura del tempo che non sempre, tuttavia, è efficace. Alcune lacerazioni esigono più di una semplice attesa: richiedono ascolto, osservazione, delicata accoglienza e, talvolta, il coraggio di lasciarle andare.

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È una ragazza olandese di ventisette anni, Etty, è laureata in legge e ha la stessa inquietudine che abbiamo io e te quando tutto va apparentemente bene, ma dentro non ci sentiamo mai sazi.

«Voglio qualcosa e non so che cosa - scrive Etty - Sento una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. Sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato.

A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà e un desiderio appassionato, quasi elementare, di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».

Etty è come noi, un garbuglio inquieto di sentimenti, fino all’incontro con Julius Spier, un allievo di Jung che le dischiude il tesoro della spiritualità e della fede. Il gomitolo si dipana.

Etty ha ventotto anni. È il 1942. I nazisti occupano l’Olanda. Lei, ebrea, è in pericolo. Gli amici le offrono nascondigli e vie di fuga, ma Etty reagisce in modo assurdo facendosi assistente volontaria a Westerbork, il campo di transito dal quale partono i treni per Auschwitz. 

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Il giorno concordato è arrivato. Passi lenti escono dai portoni, il silenzio è rotto solo dal lieve scricchiolio del gelo che ricopre le vie di Presegno (Lavenone), un pugno di case strette in un abbraccio senza tempo a quasi mille metri di altitudine, dove tradizione e rispetto per madre natura si fondono custoditi da un microcosmo di quattordici anime le cui esistenze si intrecciano fra balconcini di legno e case di pietra.

La piccola frazione, che si raggiunge fiancheggiando lungo una strada tortuosamente incantata il torrente Abbioccolo adorno di ponti romani e di una scultura a goccia sospesa sulla cascata, stamane si è svegliata avvolta da un manto di brina che ha dipinto il paesaggio con spruzzi cristallini di preziose trasparenze.

Gli abitanti si stropicciano gli occhi e subito alimentano la stufa per far gorgogliare il primo caffè di quel mattino che li vedrà addobbare il loro angolo di mondo in vista delle festività natalizie.

Non useranno plastica né altri elementi sintetici, ma materiali raccolti settimane prima nei prati e nei boschi. Tutto è pronto: abeti trovati già abbattuti, rami di pino, bastoncini di legno, cortecce, radici, bacche rosse di rosa canina e agrifoglio, edera, pigne.

Nove di mattino. Il bar trattoria della piazzetta si riempie, fra saluti e cappuccini bollenti, di un allegro chiacchiericcio.

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Poesia di Trilussa - Voce Carlo Polloni

ER PRESEPIO

Ve ringrazio de core, brava gente, pé ‘sti presepi che me preparate, ma che li fate a fa? Si poi v’odiate, si de st’amore non capite gnente… Pé st’amore sò nato e ce sò morto, da secoli lo spargo dalla croce, ma la parola mia pare ‘na voce sperduta ner deserto, senza ascolto. La gente fa er presepe e nun me sente; cerca sempre de fallo più sfarzoso, però cià er core freddo e indifferente e nun capisce che senza l’amore è cianfrusaja che nun cià valore.

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DAL 2020 al 2025

 

Innaffio il mondo con spruzzi di gioia
che raccontano la quotidianità della vita osservata attraverso le lenti dell’incanto che ognuno di noi può indossare volontariamente in attesa del giorno in cui non ci saranno più occhiali da mettere e da togliere, ma solo verità e bellezza. 
Ovunque. 
Per tutti.

È successo il 31 ottobre 2020; quel giorno “La lezione dell’anitra” ha dato il via a una serie di articoli settimanali sul Giornale di Brescia racchiusi nella cornice della rubrica La Bellezza Nel Quotidiano per provare, con le parole, a sostenere i cuori appesantiti dalla sofferenza di un periodo difficile.

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Da bambino Leo Amici veniva chiamato perché in sua presenza i trattori guasti ripartivano. Divenuto adulto era lui a viaggiare nel mondo per curare corpo, mente e cuore di chi incontrava e, a chi voleva ripagarlo dei favori ottenuti, rispondeva: «Tu sai a chi darlo. Quando sei guarito, sei felice e ami il tuo prossimo, tu mi hai ripagato». 


Il sogno di Leo era costruire un piccolo paese abitato da pace, amore e fratellanza che devolvesse tutti gli utili in opere di solidarietà, sogno che realizzò al Lago di Monte Colombo in quel di Rimini (vedi articolo «C’è un piccolo paese dove l’amore non lo spieghi, lo vivi») grazie all’aiuto di centinaia di volontari che, mattone dopo mattone, fabbricarono il borgo. E se stessi.


Fra loro c’era un ragazzo: Carlo Tedeschi. Era il 1978 quando Carlo, abbracciando Leo, sentì nel petto uno scoppio di fuoco che generò in lui tre parole: «Allora Dio esiste».


Aveva 27 anni, Carlo, e da quel momento la sua vita di autore, regista, pittore e scrittore fiorì interamente dedicata a portare a compimento il progetto di Leo Amici che, oltre al borgo, prevedeva la creazione di grandi spettacoli per riverberare fra la gente afflati di paradiso.

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Giorno uno.

Lia ha il cellulare incastrato fra l’orecchio e la spalla mentre, discutendo con la commercialista, sistema la carta di credito nel portafoglio avanzando al contempo con il carrello della spesa verso l’auto. Un vucumprà le si avvicina sostituendosi a lei nella spinta.

Lia non gli presta attenzione, apre il portellone della monovolume e, mentre impreca al telefono per le esagerate tasse da pagare, si ritrova la spesa caricata nel baule; terminata la chiamata sbatte la portiera e si dirige furente verso la pensilina dei carrelli.

«Tu dare me?» dice l’uomo che la sta seguendo.

«È solo un gettone» sbraita lei mostrandogli il disco di metallo estratto dal carrello.

«Tu dare qualcosa per mangiare?»

«Non ho niente, uso solo la carta» strilla.

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