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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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NUOVI ORIZZONTI

«La mamma se ne andò in uno stupendo pomeriggio fra le montagne di Cortina d’Ampezzo. Quel giorno lei cercò e aspettò me perché ricordava che quando la invitavo a meditare le dicevo: «Dài che ci alleniamo a morire“.

Lì per lì non reagiva proprio bene ma, via via il tempo passava e sorella morte la chiamava sempre più, quando mi vedeva, non potendo parlare, mi faceva un cenno che significava: andiamo ad allenarci.

Successe anche quel giorno; restammo soli per un’ora, io e lei, a godere dello spazio eterno fra i delicati respiri dello stato meditativo.

Alla fine colse, dopo un piccolissimo rantolo, il fiore del silenzio nella trascendenza e il suo volto si distese magnificamente nella bellezza che tutti ammiravano in lei. 

Per il suo funerale chiesi di evitare gli abiti scuri. Vicino alla chiesa un passante mi domandò: “È un matrimonio?” Risposi: “Sì, con l’infinito“. Poi vide la bara e scappò.

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«Avevo 4 anni quando mia madre entrò in ospedale. Ero preoccupato: per la prima volta sarebbe mancata da casa 14 giorni. L’intervento andò bene, ma lei si addormentò. Quel sonno, mi dissero, si chiamava coma.

Due anni dopo fu papà a darmi la notizia: “La mamma si è svegliata, corriamo da lei". Partimmo trepidanti ignari che il suo cervello avesse cancellato, oltre a noi, 10 anni di vita.

Mamma ci mise 2 inverni per tornare a una sorta di normalità e papà altri 2 per ammalarsi e morire». 

Ha 10 anni, Marco, la nuova sofferenza è un macigno immenso e in terza media, per sopportarlo, inizia a tagliarsi. L’ha visto fare ad alcuni ragazzi e gli hanno spiegato che quando ci si fa male tutto il resto sparisce: dolore scaccia dolore.

Ci prova. Funziona. Inizia a incidersi le braccia più volte al giorno, ne ha bisogno per sopravvivere. 

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«Uno sparviero così parlò all’usignolo dal variopinto collo mentre, avendolo ghermito con gli artigli, lo stava portando in alto, fra le nubi, e quello, trafitto dagli artigli ricurvi, pietosamente gemeva (…): A che ti lamenti, o infelice?

Ti tiene uno che è più forte; dove ti porto io, tu andrai (…), ti divorerò oppure ti libererò a mio piacere. Stolto è chi vuole combattere contro i più forti: non riporterà alcuna vittoria e, oltre al danno, subirà pure la beffa - racconta Esiodo nel poema Le Opere e i Giorni, VII secolo a.C e poi, rivolgendosi ai giudici -

O Perse, ascolta la giustizia e non alimentare la prepotenza; la prepotenza è dannosa all’uomo debole; nemmeno il grande facilmente la può sopportare, anzi egli stesso rimane oppresso e va incontro a sventure.

Migliore è l’altra strada, verso la giustizia: la giustizia al termine del suo corso vince la prepotenza, e solo soffrendo lo stolto impara».

Mentre uno dei più grandi poeti dell’antichità, raccontandoci il modello negativo di una società basata sull’ingiustizia e sulla legge del più forte, auspica per l’uomo un comportamento diverso da quello delle bestie, noi assistiamo al massacro dei nostri fratelli in nome di pretesti (camuffati da ragioni) costruiti a tavolino dalle fiere umane assetate solo di denaro e di potere. 

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Possibile che un ventenne non trovi niente di interessante in sé da dover indossare l’abito dell’alterato per sentirsi qualcuno o, forse, per scomparire a se stesso?

Da cosa è fatto quel vuoto che il fumo, la droga, l’alcol riempiono?

A parte le cause patologiche o le fratture interiori laceranti che possono portare ad annebbiarsi per sopravvivere alle proprie disgrazie, di chi sono le responsabilità di questo dramma che non solo provoca tragedie stradali e morti innocenti, ma che indebolisce un’intera generazione? 

Avevo 25 anni quando sono stata con un gruppo di studenti nella DDR. Ricordo i nostri coetanei tedeschi, ubriachi già di pomeriggio, insultarci; nella Repubblica (per nulla) Democratica Tedesca l’alcol costava pochissimo, mentre il prezzo di un libro, in quanto bene di lusso, era alto.

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Forse è perché ci si cresce, con un po’ di contrario dentro, che non lo si riconosce più come tale. Si inizia con le mezze bugie usate per addolcire i primi dolori della vita e si finisce con un carnevale quotidiano che, a furia di travestire il falso da vero,

infila l’indicibile verità sotto il tappeto rendendola come il pollo surgelato che il mio cane aveva rubato di notte dal lavandino, nascosto in cantina e poi dimenticato: il fetore di quel che si occulta, prima o poi, emerge sempre. 

Sta di fatto che siamo così abituati alla menzogna camuffata da verità che quando è stata promulgata in Italia la legge sulla privacy, lì per lì non ci siamo accorti della fregatura; come avremmo potuto?

Privacy significa «riservatezza» e indica “quell’insieme di informazioni personali sulle quali desideriamo mantenere il riserbo, escludendone l’accesso ad altri (Treccani)“;

a nostra tutela veniva persino creata la figura del Garante della Privacy e quella che sembrava una buona notizia si è trasformata, oggi, nel personaggio il Grande Fratello del romanzo ‘di Orwell “1984” che, con le telecamere, sorveglia e reprime il libero arbitrio dei cittadini.

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