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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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NUOVI ORIZZONTI

Sono attratta dalla donna seduta sulla panchina del lungolago. L’espressione del suo viso è serafica. Ha una mano in tasca e osserva un gelsomino fiorito intrecciato ad un tralcio di rose gialle.

Prendo posto sull’altro lato della panchina. Scorrono lenti alcuni minuti, alla fine volgo lo sguardo verso di lei sperando non se ne accorga. Se ne accorge e subito mi saluta.

«Ha sentito che profumo?» dice. 

Certo che l’ho sentito, sto respirando anch’io quell’effluvio delizioso, ma è la sua serenità che più di ogni altra cosa respiro e, racconta di qui, racconta di là, alla fine confesso:

«Lei emana una sconfinata pace. È per questo che mi sono avvicinata. Sulle prime non capivo cosa fosse ma poi qui, seduta in silenzio vicino a lei, ho colto un benessere profondo e mi sono chiesta: c’è una strada che porta a questa pace o è una condizione personale sua da sempre?» 

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«Come è emerso in me il pensiero fisso che la vita fosse uno schifo, me lo ricordo benissimo. Era la vigilia di Natale del 1986 e, chiuso in camera mia, stavo ascoltando musica heavy metal a tutto volume. Nonostante fossi giovanissimo, la mia esistenza si riempiva di alcol, droga e gruppi Rock inneggianti alle tenebre e alla ribellione.

Il mio idolo era Tommy Kiefer, il chitarrista dei Krokus. Tommy aveva fama, soldi, avventure e migliaia di fan, lui sì che era felice. Io, invece, mi sentivo vuoto e aggiungevo alle droghe leggere quelle più pesanti nel tentativo di placare la voragine interiore che, inesorabilmente, si ingrandiva.

Ma un orizzonte l’avevo: Tommy. Fino a quel mercoledì di dicembre quando il mio “dio rock star” si suicidò uccidendo in me la convinzione che, per star bene, bastasse diventare come lui.

Il pensiero che non valesse la pena vivere e che l’unica soluzione fosse farla finita, iniziò a impossessarsi di me.

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«Sono nato a Cremona il 17 marzo 1993, figlio di uno sbaglio e di un grande amore. Sono cresciuto con i nonni che mi hanno insegnato la compassione e a mangiare la frutta.

La mia infanzia profuma di biscotti, pesche e piedi nudi d’estate. Sono un bambino felice e solitario. Leggo libri e sospiro sempre per la ragazza sbagliata. Poi sono adolescente, non ho un rapporto con mio padre, infrango ogni regola e disdegno lo studio accademico.

Continuo a leggere, però, e continuo a inseguire la ragazza sbagliata. Ho diciott’anni e mi sento vecchio. Fallisco, ancora e ancora. “Finirai per inscatolare merendine in fabbrica” dicono i miei insegnanti.

La ragazza sbagliata, dopo tanto sospirare, mi fa un grande favore spezzandomi il cuore in un milione di piccoli pezzi.

“Questa società è profondamente sbagliata - penso - Abbiamo tutti rinunciato ai nostri sogni e ci va bene accontentarci e scegliere un dolore facile anziché un’impervia vittoria”. 

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Ci sono storie che lasciano un segno e quanto è realmente accaduto in Texas una decina di anni fa alla famiglia Beam, raccontato nel film “Miracoli dal cielo”, è un dono per noi che talvolta fatichiamo a cogliere le mille sfaccettature dell’amore che ci avvolge.

La storia: la piccola Annabel Beam ha 10 anni quando si ammala di una patologia intestinale incurabile che la costringe a vivere preda del dolore e alimentata con il sondino.

La bimba confessa alla madre di voler morire. Inaccettabile per Christi perderla, ma insopportabile anche vederla soffrire e scivolare comunque verso la fine. 

Annabel viene portata a casa perché i medici non possono più fare niente per lei ed è proprio lì che succede il fatto. 

La bimba, aiutata dalla sorella maggiore, sale su di un vecchio albero secco, un ramo si crepa e lei precipita all’interno del tronco cavo. Estratta dopo qualche ora dai pompieri, la bimba respira ancora e, portata in ospedale con l’elicottero, risulta non avere fratture, emorragie interne e nemmeno contusioni. 

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Agosto 2016. Un amico che non sentivo da anni pronunciò una parola che non aveva nulla a che vedere con il camminare, ma che fece scattare in me un inconsulto imperativo: “Vai a calpestare un pezzo di Via Francigena”.

Non avevo mai intrapreso cammini, ma sette giorni dopo partii. Sbagliando scarpe e zaino, ovviamente.

Pensavo che la difficoltà del cammino fosse lo sforzo fisico dei chilometri. No. Il problema non è la fatica, ma il dolore ai piedi, alla schiena, alle spalle e ai fianchi.

Eppure si può avanzare con una tenaglia negli scarponcini che ti stritola le dita e decidere di portare l’attenzione sulla bellezza del paesaggio, come quando si soffre per una ferita che ancora sanguina, ma si alza lo sguardo per contemplare un gabbiano e il suo insegnarci a ‘volare alto’. 

Poi c’è lo zaino che, se contiene inutili zavorre, rende gravoso il procedere.

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