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Il blog felice
Der Blog vom Glück
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Ammirando gli alberi ricoperti da una rinnovata capigliatura teneramente verde e le piante calve con solo qualche fogliolina qua e là, rifletto sui diversi tempi di risveglio della natura e di ognuno di noi.

Ed ecco due persone, alberi umani, che in questo periodo stanno affrontando un problema di salute per il quale la medicina non ha ancora trovato una soluzione: 

Ada ha affidato la sua malattia ai professionisti del corpo chiedendo loro cosa fare, Dario è andato dal medico per dare un nome a quella che lui chiama benettia, poi si è tuffato dentro di sé alla ricerca del messaggio che il corpo gli sta recapitando.

«I nodi arrivano sempre al pettine - racconta Dario - Per anni ho ignorato i disagi e andavo avanti trovando soluzioni di comodo, ma incastrandomi di fatto nel mal di vivere ogni giorno di più.

Il fisico non ha mai smesso di parlarmi, prima con disturbi lievi, poi alzando la voce, ma io lo zittivo con i farmaci che eliminavano i malesseri, ma non certo il mio mal-essere di fondo. Fino alla mazzata odierna che non posso evitare di affrontare».

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Ho conosciuto un uomo che è nato due volte e la faccenda mi ha incuriosita. Prima nascita di Giovanni Vota: anno 1958.

A seguire laurea in ingegneria elettronica e informatica, professore al Politecnico di Torino a 27 anni, creatore in università di laboratori informatici per insegnare la sua innovativa modalità di sviluppo software, ideatore delle prime “office automation” basate su Personal Ms Dos in ambito accademico scientifico e dei primi GPS.  

Il giovanissimo genio informatico lascia la cattedra universitaria a 30 anni perché trova la vita accademica infarcita di giochi che non ama giocare. Fra le varie opzioni sceglie di ricoprire il ruolo di sistemista in IBM. 

Attorno ai 40 anni Vota è alle dipendenze di Sun Microsytems, una società californiana che produce computer e software. Mauro Banchero, suo capo in Italia, gli chiede di riorganizzare l’azienda italiana per farla diventare la numero uno del settore avendo però a disposizione, rispetto ai concorrenti, da un decimo a un centesimo di denaro e di risorse umane. 

«Ho capito subito che un approccio classico al business non avrebbe funzionato - racconta Vota - La mia fortuna è stata che quando ero in California, intrufolandomi all’università di Stanford per seguire le lezioni, avevo studiato sia Jung sia l’intelligenza emozionale di Goleman.

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Cacciato dalla sua casa di Asti perché non voleva né studiare né lavorare, Renato, sotto l’effetto di un allucinogeno, si ritrova a Palermo. Non ha alcun ricordo né del viaggio né degli ultimi 3 giorni.

È il 1975. Sono 2 anni che vive allo sbando. Non ce la fa più. Decide di seguire l’esempio dell’amico che si è iniettato sotto i suoi occhi un’overdose di morte.

 Seduto sulla panchina di un parco cittadino, nota una donna che da un terrazzo sembra salutarlo. Poco dopo un ragazzo lo raggiunge dicendo che la madre lo aspetta a pranzo.

Conciato come solo la strada sa fare, è la prima volta che qualcuno lo invita a casa. Renato accetta.

Accolto con affetto, gli vengono offerti doccia e vestiti puliti. «Che piacere l’acqua sulla pelle - ricorda - Dopo pranzo la donna mi chiede di raccontarle di me. Sono stupito, mio padre non mi ascoltava mai Le dico di Asti e del resto, evitando particolari sconvenienti.

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Cacciato dalla sua casa di Asti perché non voleva né studiare né lavorare, Renato, sotto l’effetto di un allucinogeno, si ritrova a Palermo. Non ha alcun ricordo né del viaggio né degli ultimi 3 giorni.

È il 1975. Sono 2 anni che vive allo sbando. Non ce la fa più. Decide di seguire l’esempio dell’amico che si è iniettato sotto i suoi occhi un’overdose di morte.

 Seduto sulla panchina di un parco cittadino, nota una donna che da un terrazzo sembra salutarlo. Poco dopo un ragazzo lo raggiunge dicendo che la madre lo aspetta a pranzo.

Conciato come solo la strada sa fare, è la prima volta che qualcuno lo invita a casa. Renato accetta.

Accolto con affetto, gli vengono offerti doccia e vestiti puliti. «Che piacere l’acqua sulla pelle - ricorda - Dopo pranzo la donna mi chiede di raccontarle di me. Sono stupito, mio padre non mi ascoltava mai Le dico di Asti e del resto, evitando particolari sconvenienti.

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È perché ne vedo troppe di malattie che le parole di Alejandro Jodorowsky mi costringono a osservare la realtà dalla prospettiva di chi ha sperimentato come, inconsciamente, i primi a non voler guarire siamo noi.

«L’atto terapeutico è una strana battaglia: si lotta strenuamente per aiutare qualcuno che innalza tutte le barriere possibili per provocare il fallimento della guarigione - scrive Jodorowsky - In un certo senso, per chi è malato, il guaritore è una speranza di salvezza e contemporaneamente un nemico».

La mia perplessità nel leggere queste parole viene chiarita dal prosieguo del testo.

«Chi soffre teme che gli venga rivelata la fonte del suo male di vivere per cui vuole un sedativo, qualcuno che lo renda insensibile al dolore, ma non desidera assolutamente cambiare, non vuole che gli si dimostri che i suoi problemi sono la protesta di un’anima rinchiusa nella prigione di un’identità fasulla». 

La fonte del nostro mal di vivere, secondo Jodorowsky, è il nostro cervello primitivo che ci porta, come gli animali, a difendere il nostro territorio (casa, familiari, attività e, soprattutto, il nostro corpo che la mente identifica con la vita stessa).

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