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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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Quanto non era all’estero, l’avvocato bazzicava con il suo macchinone sul lago di Garda per via di certi affari che seguiva con attenzione maniacale.

Immacolata camicia bianca, fisico asciutto e piglio serio, aveva il fascino del bel tipo sicuro di sé, la classe di un milord inglese e la profondità filosofica di discorsi mai banali.

Carla sul grande lago c’era nata 55 inverni prima e ora, con un divorzio alle spalle, i figli all’estero e un generoso conto in banca, sopravviveva alla noia grazie a shopping e bignè. Fino all’incontro con l’avvocato.

Fu per entrambi un colpo di fulmine. Immediata scattò la frequentazione che passò da romantiche cene a bordo lago, a colazioni con vassoi di bignè, da gite al Vittoriale, a soffusi racconti di lui sull’infanzia disagiata trascorsa in una casetta fuori dal mondo.

Quando l’uomo partiva per lavoro, le coccole da Montecarlo, come da Ginevra, viaggiavano via messaggio fino al suo ritorno, mai a mani vuote.

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Non c’entra la statura, ma quello che uno ha all’interno di quel metro e cinquantotto di biologia umana, perché se lì dentro si annidano nugoli di esperienze catalogate come sconfitte, il bisogno inconscio di utilizzare un ruolo per sfogare le proprie frustrazioni, diventa incontenibile.

Ed eccoci in quinta liceo alle prese con una ragazza che per la profe Tarlo ha due colpe gravi da scontare: essere nata alta e bella. Non solo.

A volte l’adolescente, nella sua spontaneità, fa tremende gaffe, come quando riferisce all’insegnante, che di figli non ne ha, la frase pronunciata dalla vecchia maestra delle elementari in punto di morte

“L’esistenza acquisisce il suo pieno significato nella procreazione” o quando, a teatro, chiede alla profe, seduta dietro una poltrona vuota occupata dai cappotti: «Ci vede?»

suscitando nella donnina l’indignata risposta: «Va bene che sono bassa, ma non esageriamo! Questa me la lego al dito». 

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Questa è la storia di due gemelli che avevano deciso di incontrarsi una sola volta all’anno, e di quell’indimenticabile 7 febbraio.

Breve excursus storico: portati a Roma all’età di 12 anni per studiare (siamo nel 492 d.C.), i due fratelli videro la corruzione e la depravazione di quell’epoca successiva alla caduta dell’impero romano e, in seguito, decisero di ritirarsi dal mondo:

Benedetto visse alcuni anni da eremita e poi fondò l’Ordine dei Benedettini basato sulla ‘Sancta Regula' da lui stesso scritta e Scolastica, fattasi monaca, fondò il Monastero di Piumarola dove diede inizio all’Ordine Benedettino femminile.

Quel 7 febbraio del 547, giorno del loro incontro annuale in una casetta di Montecassino che si trovava a metà strada tra i loro due monasteri, Benedetto e Scolastica trascorsero la giornata a parlare di Dio e degli uomini nutrendosi della reciproca compagnia finché venne, insieme al tramonto, il momento di separarsi.

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Oggi ho bisogno di un abbraccio d’eternità che faccia risuonare in me la prova della vita che continua. Per questo racconto di un bouquet improbabile di rose rosse contornate da fiorellini bianchi. 

La storia inizia sul sagrato di una chiesa, dove uno sposo sorridente consegna ad una sposa radiosa un bouquet molto discusso, da lui personalmente scelto, di rose rosso fuoco attorniate dai fiori bianchi del velo da sposa.

La scelta del colore troppo vivace delle rose, in luogo delle tinte pastello più comunemente usate, viene ampiamente criticata, ma Chicco sorride sicuro che alla sua Giò quel bouquet piacerà. Non solo.

Ha messo rose rosse e fiorellini bianchi anche nel vano porta radio della Citroen Ds Pallas a bordo della quale partiranno. E nei capelli di lei.

Da quel giorno la clessidra ha osservato fluire migliaia di granelli di sabbia, nascere due bimbe deliziose e, cinque anni fa, ha anche visto Giò valicare anzitempo la porta del “paese sconosciuto da cui nessun viaggiatore è tornato” (Shakespeare).

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Seduta all’imbrunire sull’erba dell’Eremo di Camaldoli, è Padre Ubaldo Cortoni, l’eremita bibliotecario, a raccontarmi di un silenzio «che non è assenza di rumore, ma consapevolezza di un suono. Un silenzio che ci fa prendere coscienza di chi siamo, che ci fa entrare in connessione con ogni cosa e che ci riempie di pace». 

Ubaldo sorride mentre spiega che nel mondo monastico c’è il termine ‘abitare secum’, abitare con se stessi, «che non è sopportarsi, anzi! Noi per lo più abitiamo le nostre stanze, il bosco, cioè occupiamo sempre un luogo fuori da noi, senza renderci conto che il primo posto dove risiedere è al nostro interno e che arrivare lì significa fondersi con il mondo esterno».

Vorrei fermarmi un’eternità su questa frase, ma nuove parole stanno già scorrendo. 

«Quando camminiamo nella foresta seguendo il nostro respiro, senza il divagare della mente, possiamo sentire la natura cioè possiamo diventare natura. Ecco allora la pace, l’assenza di combattimento interiore, la pienezza di tutto». 

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