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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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Arturo e Lisa stanno utilizzando un’applicazione per valutare il loro amore. L’esito del test è sfavorevole e Arturo viene lasciato. Subito. Lo stesso Arturo che, nell’azienda per la quale lavora, ha creato un algoritmo per individuare il personale non più necessario, è il primo a essere licenziato.

L’unico posto che l’over 40 trova è come corriere in bicicletta con paga da fame, impiego che riesce a sopportare grazie all’aiuto che riceve da una App (gratis per un mese) in grado di dar vita all’ologramma della sua partner ideale; l’uomo incontra così Stella, una ragazza in carne e ossa (proiettata virtualmente dal telefonino), che conosce intimamente Arturo grazie alle informazioni da lui stesso messe in rete.

Fra i due scocca l’amore ma, allo scadere del mese, l’App consente il prosieguo dell’idillio solo in cambio del pagamento di un canone oneroso.

Sulla scena di queste vicende raccontate da Pif in un film dell’anno scorso, assistiamo alla deriva della tecnologia che agisce scollegata dal cuore e che ci spinge prima ad affidarci a lei per facilitarci la vita, poi a diventarne dipendenti, infine a metterla addirittura al comando permettendole di decidere al posto nostro.

Possibile? Sì, quando si perde di vista il proprio valore e quando a perderlo è la quasi totalità del genere umano, trasformatasi in un esercito di ubbidienti uomini macchina.

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Dieci parole via mail avevano mandato in frantumi la sua esistenza, venerdì sera, quando Valerio, il titolare, le aveva scritto: “Devo parlarti. Così non si va avanti. Ci vediamo lunedì”. 

Quelle righe erano diventate il suo tormento e, mentre il boss era partito per una breve vacanza con la famiglia, il fine settimana di Laura era stato abitato, oltre che da morsi alla pancia e ansie rosicanti, anche da insonnia e incubi sul licenziamento, in uno scorrere lento di ore intrise di piombo e pensieri catastrofici:

“Perché non mi hai chiamata? Mi licenzi con una mail? E il mutuo? Chi lo trova un lavoro decente a 50 anni? Non avrei dovuto affidare la campagna social a Davide, ma si era venduto bene e l’avevi assunto proprio tu!”

Il sabato, macinato al rallentatore, era stato costellato di spiacevolezze quali una multa, una botta allo stinco, una gomma tagliata e un insulto piovuto a sproposito mentre domenica, nel tentativo di distrarsi facendo una passeggiata, Laura era stata sorpresa da un temporale che le aveva inzuppato cuore e vestiti. 

Lunedì. Valerio entra in ufficio sorridente. Laura, il cuore a 1000, lo segue con lo sguardo da un angolo dell’ufficio. Lo osserva parlare con Davide che si fa serio. Laura ha uno scorpione vivo nello stomaco, sta per arrivare il suo turno. “Devo svenire, subito!” decreta imperiosa la sua mente. Non sviene.

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Quante volte ci ritroviamo a dare valore al nulla? Decidiamo che una moneta virtuale che si mina o si estrae non da un giacimento minerario ‘in carne e ossa’, ma da un software, vale tot, che presenziare addobbati da alberi di natale in certi ambienti valga un altro tot, che farci vedere a bordo di vetture costose ci attribuisca un super tot.

Adesso osserviamo questi tot e sommiamoli uno all’altro; ci ritroveremo con un pugno di tot in mano (volevo dire mosche, ma il tot ha preso il sopravvento).

“Un niente carico di cose importanti - ci suggerisce la mente - e poi cose belle, perché stare in compagnia di persone educate in ambienti raffinati è piacevole, così come lo è provare la potenza di possenti motori, o avere la tranquillità di qualche decina di Bitcoin che fa capolino sulla schermata del pc”. 

Tutto vero e nulla da demonizzare, se non si perde di vista il senso reale della vita, quello che, ad esempio, subito emergerebbe se venisse a mancare per qualche tempo la corrente elettrica. O la salute. 

Non fraintendiamoci.

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All’improvviso mi svegliai su un altro pianeta che aveva decretato una nuova regola, non difficile, ma che richiedeva una buona dose di concentrazione.

Si trattava di pronunciare le due lettere ‘gl’ come se fossero state una ‘r’ e ‘pa’ come ‘pi’: ‘egli’ sarebbe pertanto diventato sonoramente ‘eri’ e ‘palco’, ‘pilco’.

La motivazione era più che giustificata; un gruppo di autorevoli neuroscienziati aveva scoperto che ogni sostituzione fonetica attivava nel cervello nuovi circuiti neuronali aumentando del 90% i livelli di BDNF, una proteina che avrebbe sviluppato nell’uomo un quoziente intellettivo di nuova generazione. 

Non cogliere questa opportunità sarebbe stato folle e la classe politica sposò solerte la causa promuovendola con ogni mezzo possibile per il bene del mondo intero. 

La reazione della popolazione fu incoraggiante e in breve furono in molti a parlare secondo la nuova regola, un po’ per via della serietà delle argomentazioni scientifiche, un po’ per non incorrere nelle sanzioni via via introdotte affinché la società crescesse in modo uniforme;

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«Mi dispiace, ma io non voglio fare l'imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio governare né conquistare nessuno. (…) Tutti noi, esseri umani, dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l'un l’altro».

Queste le parole d'esordio del discorso pronunciato da Charlie Chaplin nel film “Il grande dittatore” da lui scritto, prodotto, diretto e interpretato. Uscito negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, il lungometraggio fu subito censurato in quasi tutta Europa fino al 1945, quando la guerra finì.

«In questo mondo c'è posto per tutti - continua il protagonista con parole attualissime - La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica. Ma noi lo abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio. (…) 

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi; la macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici. (…) Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza. (…)

A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L'avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano». 

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